Ciò che è affascinante della vita vera di Henry è che egli la vive come fosse un romanzo d’avventura, la modella quasi sull’immagine delle pagine che lo compongono, non sa resistere alla tentazione di scriverle in prima persona (…) è un’estetica della giovinezza che si nasconde sotto le vesti dell’uomo astuto, dell’avventuriero che sa il fatto suo, duro, a cui non la si fa. In realtà, in tutti gli anni del mar Rosso sarà sempre l’estetica della giovinezza a riequilibrare le sorti, l’azzardo e non il calcolo, il gusto romantico dell’impresa in sé e non l’analisi fredda dei costi e dei benefici. Pur volendolo essere, pur cercando di assomigliargli, de Monfreid non sarà mai uno spregiudicato, lucido uomo d’affari, tantomeno un affarista.

il corsaro neo SolinasUna storia vera quella narrata da Stenio Solinas ne Il corsaro nero. Henry de Monfreid l’ultimo avventuriero (Neri Pozza Editore), una coinvolgente biografia che va oltre il romanzo per raccontare uno dei profili più suggestivi e originali del Novecento. La prosa di Solinas è efficace nel riuscire a immergere il lettore in un clima “esotico” e “coloniale” che sembra quello di romanzi di Conrad, Greene, Ambler. Un ritratto vivo e riuscito del francese Henry de Monfreid, cresciuto con il mito del padre, amico intimo di Paul Gauguin, che insofferente al benessere borghese e falso della Belle Époque diventerà trafficante d’armi, di perle, d’oppio, pirata, spia doppiogiochista, esploratore, navigatore, scrittore. Farà del mar Rosso la sua nuova patria, si muoverà tra l’Etiopia, Gibuti, l’Eritrea, lo Yemen, il Sudan, l’Egitto a capo di una ciurma di marinai autoctoni, estraneo e critico alla vita coloniale dei suoi connazionali, si convertirà all’Islam prendendo il nome di Abd el-Hay (Schiavo del Vivente), appoggerà l’Italia fascista nella conquista d’Etiopia per via di antichi disguidi avuti con il Negus, verrà imprigionato in Kenya dagli inglesi e poi sarà conferenziere in Europa, ispirerà film e spettacoli teatrali, frequenterà Serge Gainsbourg fino a cimentarsi per un breve periodo come chansonnier di ballate marinaresche, fino a tentare, a ottant’anni passati, un ultima spedizione nel “suo” mare, spedizione che ci concluderà, maldestramente, in un naufragio al largo delle coste del Madagascar.

Stenio Solinas tratteggia la vita di de Monfreid dando risalto non solo alle vicende più avventurose, ma raccontando anche l’intimo di questo personaggio fuori da ogni schema, anarchico individualista fino al midollo, incapace di sottostare a regole e a una vita stanziale. Si raccontano quindi i suoi amori, il rapporto con sua moglie, le sue tante donne, i suoi figli. L’adolescenza nella provincia francese e gli anni di prigionia. Le sue tante opere, perché Henry de Monfreid è stato uno scrittore, autore di più di settanta libri, capace di raccontare una società ormai scomparsa, quella dell’Africa orientale tra le due guerre mondiali, riuscendo a trasmettere il suo interesse verso l’autoctono, il “primitivo”, l’autentico, interesse nato dal suo DNA di giocatore d’azzardo e d’avventura.

È un avventuriero, non un capitalista, e nemmeno un finanziere. E non è un caso che lo sia diventato a trent’anni, e nel Corno d’Africa, dopo un decennio europeo di fallimenti impiegatizi e imprenditoriali. Il suo è un curioso mélange dove il rischio è messo al servizio del “colpo”, piccolo o grosso che sia, è giustificato dal risultato e in quest’ultimo va conteggiata anche la soddisfazione personale, il mettersi alla prova, fisicamente e psicologicamente. È un insieme che ha più a che fare con il giocatore che con l’uomo d’affari, ed è un tratto ancor più singolare se si tiene conto che dalla roulette ai dadi, alle carte, questo tipo di azzardo non l’ha mai interessato.