La cinematografia Usa, per quanto rammentiamo, si è spesso occupata di mettere in scena il rapporto fra l’America e il mondo, non solo nelle forme “dolci” dell’american dream come panacea universale, ma anche in quanto politica di potenza, vuoi nella chiave patriottica di John Ford e John Wayne, vuoi in quella sofferta di Francis Ford Coppola e Marlon Brando-Kurtz.

Sicché oggi anche la nuova serialità, quella che a cavallo dell’on demand sta rimpiazzando il cinema classico, comincia a spingersi nella geopolitica. Si prenda, ad esempio, la seconda serie di Tyrant che si svolge nel guazzabuglio del Medio Oriente, con tutti gli artifici narrativi del caso (la dimensione pubblica che incrocia quella privata, lo stereotipo dello scontro tra fratelli, il difficilissimo rapporto fra padre e primogenito) ma badando anche a fornire un bandolo di spiegazione che farebbe probabilmente inorridire un Sergio Romano, ma mostra comunque al pubblico situazioni filtrate solo dal linguaggio della “notizia”.

Tanto per dire, a metà della seconda serie di Tyrant l’immaginario, ma non tanto, paese tiranneggiato dalla famiglia dominante, subisce l’invasione del Califfato di cui vengono messi in scena i metodi (feroci), le motivazioni di chi vi aderisce (che vengono sostanzialmente ricondotte alla catena di vendette risultante da plurigenerazionali conflitti fra famiglie/tribù), le cosiddette alleanze innescate dall’intervento di vicini (sauditi, turchi, eccetera…) che giocano a dividere i rissosi mesopotamici per tirare l’acqua ai propri mulini (la memoria storica degli italiani reca probabilmente ancora tracce dell’identica situazione conosciuta in passato.

Insomma, gli sceneggiatori stavolta, prima di mettere mano alla penna, sembrano essersi studiati qualche dossier e bene o male hanno cercato di impastare storie di individui e storie di popoli. Un solo aspetto, sorprendentemente in mezzo a quei deserti mesopotamici pieni di donne velate, non viene enfatizzato: quello religioso. Il famoso fanatismo islamico non sembra muovere nulla di quanto accade, perché tutto è già sufficientemente spiegato dagli interessi geopolitici in campo. Non che alla religiosità, più o meno entusiasta, gli sceneggiatori guardino con aria di sufficienza; anzi, man mano che la storia procede, è proprio attraverso occasioni religiose che i protagonisti rinvengono un legame con la comunità di provenienza (lei, la moglie americana, con le liturgie in chiesa, lui, l’occidentalissimo marito arabo con la coralità della preghiera in moschea).

Ma, questa è la tesi, la guerra nasce fuori dalla chiesa e dalla moschea, anche se finisce per attraversarle. Insomma, è come se al momento di scrivere un racconto, qualcuno nel gruppo degli scrittori avesse detto: “dimentichiamo i talk show a misura di felpa e cerchiamo di essere credibili, altrimenti la storia non regge per tredici e passa puntate”. Tutto perché, come si sa, la fantasia, proprio per liberarsi dalla realtà, non può tradirla.