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La velocità dell’operazione che in casa Pd va sotto la dicitura soft di “decantazione” ma che in realtà è stata lo smaltimento di Marino nella “pattumiera della storia” entro 24 ore dalla sua fuoriuscita dal Campidoglio, non ha paragoni adeguati nella pratica millenaria della damnatio memoriae.

Sarà forse perché il “mandante” dei 26 “sicari” che lo hanno “accoltellato”, secondo la colorita definizione del defenestrato, al di fuori delle procedure democratiche a tutela della rappresentanza democratica è il presidente-segretario fast già artefice del mirabolante “cronoprogramma” di governo. Ma all’urgenza assoluta con cui il Pd vorrebbe cancellare dalla memoria dei cittadini la grande tristezza del “caso Roma” grazie all’insediamento del commissario Tronca, circondato da un’aura di consenso incontenibile che ricorda quello tributato a suo tempo al tecnico Monti, corrisponde lo stato confusionale su candidati e primarie.

Che cosa possono pensare i superstiti elettori del Pd a Roma che, dopo aver assistito alla gestione “politica” del problema Marino da parte del plenipotenziario Matteo Orfini, hanno sentito in meno di 48 ore evocare come candidati il prefetto Gabrielli, Raffaele Cantone, Beatrice Lorenzin, Marianna Madia, Alfio Marchini (in condivisione con B.) e persino quello dello stesso Orfini che doveva “raddrizzare” il partito dopo Mafia Capitale?

Naturalmente gli esponenti più vicini a Renzi hanno dichiarato che tutti i nomi fatti circolare fin qui non hanno nessun fondamento e da ultimo nella rosa annunciata dei venti candidabili sarebbe entrato anche quello di Fabrizio Barca, ex ministro di Monti e soprattutto autore dell’inchiesta interna sui circoli del Pd romano che ha confermato il livello diffuso di degrado e non ha fatto sconti alla dirigenza del partito. L’ingresso di un nome più “ragionevole” e condiviso si spiegherebbe non solo e non tanto con l’esigenza di non scontentare troppo minoranza e sinistra e di essere un deterrente nei confronti di una probabile lista Marino, ma soprattutto con la determinazione da parte di Renzi di evitare un nuovo rischio primarie.

E comunque non è certamente sufficiente a riaffermare quel “primato della politica” rivendicato spesso a sproposito ed in modo strafottente da Renzi nei confronti degli altri poteri ed in particolare della magistratura. Oggi, come ha ricordato anche Massimo Cacciari in un’intervista su La Stampa, “la cosa comica” è che il politico del fare a ritmo di cronoprogramma “in tutte le situazioni critiche deve ricorrere a tecnici”: e così a Roma che è un Comune, ecco il dream team del modello Expo “che non c’entra nulla”. Invece quando a operare è stato un politico messo lì dal presidente-segretario si è assistito alla gestione disastrosa del commissario Orfini che secondo l’ex sindaco di Venezia dovrebbe essere cacciato o mandato a fare il capo sezione a Orbetello.
Quanto alle previsioni, quelle di Cacciari vanno oltre il quadro offerto dai sondaggi e le aspettative di Grillo: “A Roma il centrodestra cercherà di competere con Marchini, ma vincerà il M5S e il Pd non arriverà al 10%”, “e Milano possono salvarla solo con Sala”. E comprendere cosa ne sarebbe del governo e della incontrastata leadership renziana qualora perdesse Roma e Milano è abbastanza facile.