Il lago ha in sé l’apertura del mare e la chiusura del fiume. Lo vedi maestoso, potente, possente ma anche recintato dai monti che si specchiano. Il lago dà pace e restituisce fotografie bruciate dai riflessi, che fanno nostalgia seppiata, quando il sole raggranella i suoi raggi, il lago è uno stagno di malinconia e inquietudine che rimanda solo slanci di grigio quando le nuvole coprono questo spaccato di Svizzera, che propriamente Svizzera non è, questo lembo di Italia d’oltralpe che propriamente Italia non è.

Canton Ticino, Lugano: c’è chi chiama questa terra Brianza del nord, altri periferia di Milano. Vicino al lago è sbocciato il Lac (con inventiva l’acronimo di Lugano Arte Cultura, in francese significa proprio lago, ma anche la pronuncia in inglese di “luck”, fortunato, più divertente), grande mausoleo (costato la bellezza di circa 200 milioni di euro), cubo di spigoli, roccaforte della cultura tra mostre (soprattutto vicoli e corridoi labirintici), esposizioni (luganolac.ch), e un teatro da 1.200 posti sovradimensionato rispetto al bacino della città icona di Ivan Graziani e dintorni (50.000 abitanti).

Ma Lugano è anche il Fit, l’interessante Festival Internazionale del Teatro, alla ventiquattresima edizione (forse un nome che non venga associato ad una pratica o disciplina sportiva aerobica sarebbe più funzionale), ben diretto dalla salentina Paola Tripoli che fiuta curiosa, scova, scruta, azzanna, miscela un buon mosaico di spettacoli provenienti da tutta Europa. Quest’anno erano presenti Austria, Estonia, Germania, Spagna, ovviamente Svizzera e poca Italia.

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Se la danza di Marco Berrettini ad una veloce, liquida occhiata (i primi quaranta minuti sull’oretta di corpi a torso nudo a guardarsi muovendosi “specchiandosi”) poteva sembrare noiosa, reiterata all’infinito, per chi ha avuto la pazienza nell’attendere la rivelazione conclusiva (qualcuno ha lasciato la sala), anche la snervante attesa da trance ha avuto un senso. Danzatore e danzatrice di fronte l’uno all’altro, in questo “iFeel2”, in una ritmica sequenza ordinaria, stessi passi, stesse movenze cadenzate ammorbanti, linearmente come due rette parallele che non si sfioreranno mai, come in un mantra di un qualche rito sciamanico o derviscio, quasi Uma Thurman e John Travolta in “Pulp Fiction”, come lancette di un orologio, mantenendo sempre la stessa rigorosa distanza. Pare, come detto, una danza sterile, monotona, senza progresso, e invece, dalla “giungla” dei sei bozzoli stile Cocoon appesi, foresta primordiale, nasce ed esce un uomo, forse Caino, in una sorta di Genesi, con Adamo ed Eva intenti ancora ad amarsi, lasciando il figlio, come le tartarughe fanno con le loro uova sulla spiaggia, in solitudine a sgranocchiarsi un BigMac: la Natura fa il suo corso al di là dei sentimenti, pura invenzione umana.

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Ponte e collegamento lo possiamo trovare con “Your Majesties” del duo iberico austriaco Navarida-Deutinger che, utilizzando il vero discorso che Obama (ci ha ricordato il Marco Cavalcoli in versione Hitler nell’“Him” dei Fanny & Alexander) pronunciò alla consegna del Nobel per la Pace a Stoccolma, inscenano un duetto a distanza. Il nostro Obama (le parole sono fedeli) come un burattino si muove seguendo la postura e le posizioni che il suo “coach” impone ed impartisce, come se ogni potente fosse la cruna di un ago, la punta di un iceberg, comandato da poteri forti occulti che, se questo sgarra, prima lo ammoniscono poi lo espellono (e qui ci aspettavamo più ribellione). Ma ci dice anche che per far passare i giusti contenuti si ha bisogno anche della giusta forma, e le mosse ridicole del nostro Presidente (stile marines, sirenetta, spaccata, karate, superman, rapper), avviliscono il senso ed il significato profondo delle sue parole (con pubblico statunitense arrabbiato e irritato).

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Burattini e pupazzetti sono i protagonisti di “Much ado about nothing” (Molto rumore per nulla) di quel David Espinoza che ci esaltò alla Biennale veneziana con “Mi gran obra”, anche lì con ometti miniaturizzati lillipuziani sulla scena. Se non fosse stato per l’incipit, per la spiegazione da foyer, per la legenda da introduzione, sarebbe stato perfetto, ma collegare questo “Molto rumore” ad un bignami di tutta l’opera shakespeariana (una sorta di “Tutto Shakespeare in 90 minuti”, format british portato in Italia da Zuzzurro e Gaspare) immette curiosità, poi delusa, alla ricerca della citazione, del dettaglio che ci porti dentro le tragedie del Bardo. Se eliminiamo la Tempesta iniziale e le Idi di marzo del Giulio Cesare, il resto è un grande gioco sull’esistenza, giustamente, molto rumore per nulla, il nostro triste e misero agitarci dentro odio, sete di potere e vendetta, all’interno del nostro minuto tempo a disposizione. Espinoza è un costruttore, un artigiano del teatro, ha un ché di infantile mentre gioca (play: giocare e recitare) sul suo mobile trasformato e adibito a macchineria, ad edicola votiva, diventando un galeone, che è la nostra vita che veleggia verso porti sconosciuti, avventure intonse, mari aggrovigliati. Come una guerriglia di Risiko o una partita di Subbuteo. Se ai giocattoli distribuiti sopra la credenza (Barbie e King Kong, castelli e Hulk, scheletri, Buddha, cavalieri, draghi, Pinocchio, i tre porcellini, Lara Croft, Zorro, il gobbo di Notre Dame, Attila, Woytila, il David di Michelangelo, Cleopatra, i Re Magi, Osama, gli sposini da torta nuziale) unisci un fondale dove proiettare filmati con il cellulare e le ombre create con una piccola torcia da scassinatore di casseforti allora l’impianto respira poesia ma nel processo si perde di vista il senso, manca il coinvolgimento, il grip in questo Luna Park trash colorato, in questo gigantesco Presepe visionario e psichedelico, e, più che Shakespeare, ritroviamo l’affannarsi umano limitato e sconfitto.