Tra le mani hanno una delle serie tv britanniche più famose di sempre, con milioni di fan che pendono dalle loro labbra (e penne), seguendo il destino del dottore più amato della storia televisiva. Steven Moffat, capo sceneggiatore e produttore esecutivo con alle spalle Sherlock, altro titolo di culto del piccolo schermo, e lo sceneggiatore Jamie Mathieson, al secondo anno nella squadra di lavoro, sono coloro da cui dipendono le sorti di Doctor Who, la serie tv sul Signore del Tempo che dal 1963 viaggia tra epoche e mondi a bordo del Tardis, in avventure ogni volta diverse e strabilianti che spaziano dalla preistoria ai giorni nostri, tra incontri con culture e civiltà. Un mix di fantasia, storia e scienza che unito alle singolari caratteristiche del protagonista, rendono la serie di fantascienza prodotta dalla Bbc una delle più seguite al mondo.

Trasmessa per la prima volta 52 anni fa, dopo una pausa negli anni Novanta Doctor Who è stata ripresa nel 2005 e da allora non si è più fermata, con dodici attori che finora hanno interpretato il personaggio dello strano dottore che possiede la capacità di rigenerarsi, e quindi di cambiare anche aspetto e carattere. La nona stagione con Peter Capaldi, l’ultimo Dottore, uscirà in Italia a gennaio 2016 su Rai4, e a presentarla nell’area Movie del festival Lucca Comics & Games, sono stati proprio Moffat e Mathieson, accolti da un bagno di folla per la proiezione in anteprima nazionale della prima puntata “The Magician’s Apprentice”.

Il segreto del successo di Doctor Who nel tempo? È che condensa tutto il meglio di quello che c’è nel resto della televisione – racconta Moffat insieme a Mathieson rispondendo alle domande dei giornalisti nell’incontro con la stampa a cui ha partecipato anche ilfattoquotidiano.it – Ogni episodio può essere l’episodio numero uno, chiunque può iniziare a vedere la serie da qualsiasi puntata e non avrà alcun problema. E poi, come sceneggiatori, abbiamo immense possibilità di scrittura, il bello è che per ogni episodio possiamo scegliere un genere, spaziare dall’horror al giallo al romantico. Insomma, non ci sono limiti e vincoli”.

Qual è la difficoltà di gestire una serie con così tanta storia alle spalle?
“Semplicemente la ignori il più possibile, cerchi di andare avanti – ammette Moffat – Ogni tanto inseriamo dei punti fermi, raccontando brevemente la mitologia della storia per il nuovo pubblico che arriva. Ma Doctor Who è una serie che, come i film di James Bond, si può guardare senza seguire un ordine, perché ogni puntata è un nuovo inizio”.
“E poi – aggiunge Mathieson sorridendo – la percentuale di pubblico che può dire che facciamo qualcosa che contraddice la serie degli anni Sessanta è veramente molto piccola”.

Com’è il vostro rapporto con i fan della serie lavorando sulla figura del Dottore negli anni? Cercate di accontentarli?
“Prima di tutto, noi non possiamo scrivere per i fan – chiarisce Moffat insieme a Mathieson – perché non ce n’è uno solo, ce ne sono tanti. Se cercassimo di accontentare i fan, avremmo un’audience di 7-8mila persone, invece ne abbiamo una di 77 milioni ed è perché siamo consapevoli che i fan sono solo una parte di questa audience, e quelli che si fanno sentire sono una fetta ancora più piccola. Quindi, una delle cose che chiedo ai miei autori, è di non andare sui social network e di non leggere quello che viene scritto, perché ascolterebbero la voce sbagliata e si perderebbero altro. Io sono un fan del Doctor Who, so tutto di lui, ho amici che sono fan, ma non scrivo per me e per quelli come me, scrivo per tutto il resto dell’audience”.

Dal punto di vista della sceneggiatura, avete delle regole di composizione?
“Non c’è una regola precisa – dice Moffat – Io sono come un dodicenne e per questo a volte ho idee assurde, come mettere i dinosauri all’interno di una navicella spaziale. Quando ho avuto la possibilità di farlo, l’ho fatto”. “Il bello è che, essendo il Dottore un personaggio capace di viaggiare nello spazio e nel tempo – aggiunge Mathieson – possiamo fargli fare tutto quello che vogliamo, affrontare qualunque argomento e qualunque epoca, e questo è straordinario. Lavorare in team è fantastico: di solito il mio lavoro da scrittore è in solitaria, ma quando ci incontriamo con il gruppo di lavoro abbiamo la possibilità di chiacchierare, di fare brainstorming, affinare le idee e vedere dove vanno”.

Com’è il lavoro sul personaggio, tenendo conto dei cambiamenti del Dottore a ogni rigenerazione?
“In realtà è l’attore che interpreta il Dottore a fare la differenza – aggiunge Moffat – Guardandolo sulla pagina, è incredibile quanto i vari dottori siano simili fra loro: nelle storie originali il Dottore è sempre il Dottore. Quello che cambia è la recitazione”.

In futuro potrebbe esserci una rigenerazione al femminile di Doctor Who?
“E’ una domanda che mi fanno da cinque anni – replica Moffat – e la risposta è che sì, il Dottore potrebbe diventare una donna, se si presentasse la persona giusta per il ruolo. È possibile, ma non è detto che succeda, dipende da dove ci porterà la storia”.

E sempre in futuro, Doctor Who potrebbe essere girato in Italia?
“C’è un unico episodio del 1976 ambientato in Italia – continua Moffat – io avevo solo 14 anni, quindi non sono coinvolto. Però dipende dai termini, se ci saranno proposte interessanti. Noi siamo aperti a tutto”.