A un esame non impressionistico la visione di politica economica che si può estrarre dalle posizioni fin qui esplicitate dal nuovo leader del Labour Party britannico, Jeremy Corbyn, è tutt’altro che naïve e passatista. Tale è, invece, la convinzione di coloro che considerano la annunciata determinazione ad aumentare le tasse ai ricchi come una riedizione del tradizionale tax and spent laburista, l’ipotesi di recedere dalle privatizzazioni promosse da Margaret Thatcher come un ritorno al principio delle nazionalizzazioni caro all’old Labour, la proposta di “People’s QE” equivalente a sposare la tesi del debito facile. In realtà, aspetti importanti, che sfuggono a letture (interessatamente) superficiali, danno all’insieme delle proposte del nuovo leader del Labour il tono, piuttosto che di una rivisitazione del passato, dell’accoglimento di una sfida per il presente e per il futuro.

Questo è quello che emerge se, a otto anni dall’inizio nel 2007/2008 della “crisi senza fine”, il confronto si fa – come si deve – con ciò che offrono le scelte politiche dominanti in Europa, (con la sola eccezione della Grecia di Alexis Tsipras). Non si può certo dire, infatti, che le politiche di austerità deflattiva abbiano avuto successo, ma nemmeno che si siano rivelate sufficienti a rilanciare la crescita e l’occupazione le misure monetarie “non convenzionali” (pur essenziali a salvare il mondo dal collasso) o le azioni governative – tra cui quelle intraprese dal governo Renzi in Italia – volte a sfruttare risicati margini di “flessibilità” non per mettere in campo autentiche capacità ideative e progettuali dell’operatore pubblico, ma per sancirne l’“arretramento” e la deresponsabilizzazione enfatizzando il ricorso a bonus, voucher, trasferimenti monetari (quali sono anche i benefici fiscali), preferibilmente dati per via di riduzione delle tasse (vedi Tasi-Imu), per di più finanziata in deficit (il che lede il principio fondamentale della Golden Rule per cui in deficit è giusto finanziare solo gli investimenti produttivi).

C’è una palese inadeguatezza delle ricette oggi in voga, spesso adottate anche nel campo del centrosinistra e del socialismo europeo, a conseguire significativi risultati in termini di a) ripartenza degli investimenti, variabile decisiva, b) trasformazione del modello di sviluppo prevalente in Europa (export led, sovrafinanziarizzato, iperconsumistico, svalutante il lavoro), c) generazione di occupazione. La discriminante con cui, dunque, valutare le visioni di politica economica in campo – e pertanto anche quella di Corbyn – è duplice: 1) se si assumono o meno obiettivi radicali di rilancio di una crescita innovativa e di correlata generazione di occupazione, 2) con quali strumenti si ritiene possibile realizzare programmi ambiziosi in materia.

Qui c’è un’idea da sottolineare, sottostante alle singole proposte di Corbyn: che ci voglia, cioè, un grande progetto collettivo basato sul ruolo cruciale di investimenti pubblici ad alta intensità di lavoro, di cui solo uno Stato “strategico” può essere ideatore, promotore, organizzatore, uno Stato il quale, oltre che indirettamente – mediante incentivi, disincentivi e regolazione –, interviene direttamente, cioè guidando e indirizzando intenzionalmente e esplicitamente con strumenti appositi e con il concorso di molti soggetti della società civile.

Dunque, la rottura da operare non è soltanto con l’anti-statism del neoliberismo, ma anche con la più o meno larvata ostilità verso l’intervento pubblico coltivata pure tra varie forze di centrosinistra, ancora succubi di un anacronistico tardo-blairismo. Eppure, nell’avvicendarsi di tutti i grandi cicli tecnologici e nella spinta verso le innovazioni fondamentali l’intervento dello Stato si è rivelato e si rivela decisivo, non solo “facilitatore” e alimentatore di condizioni permissive, ma creatore diretto, motore e traino dello sviluppo. Proprio l’estensione del cambiamento tecnologico e l’emergenza di nuovi settori mostrano che lo Stato non interviene solo per contrastare i market failure o per farsi carico della generazione di esternalità, ma rispondendo a motivazioni e obiettivi strategici. Infatti, l’operatore pubblico è l’unico in grado di porsi la domanda: “che tipo di economia vogliamo?”. A partire dal porsi tale domanda lo Stato è in grado di catalizzare una miriade di attività e di mobilitare congiuntamente più settori e più attori (tra cui tanti privati), generando il “coinvestimento” necessario.

L’emergenza di simili complessi di attività si deve a un intervento pubblico che non si limita a neutralizzare le market failures, ma che inventa, idea, crea lungo tutta la catena dell’innovazione. Tutto questo non ha niente a che fare con il vecchio statalismo e tutto questo sottostà, nella visione di Corbyn, sia all’ipotesi di modellare un Quantitative Easing finalizzato agli investimenti e al benessere dei cittadini (oltre che alla ricostituzione dei profitti delle banche), sia alla suggestione di ripensare privatizzazioni che hanno rivelato molte pecche, sia alla considerazione delle tasse come contributo al bene comune e non come furto e esproprio.