Camorristi, trafficanti, spacciatori, mafiosi, e autori di un libro d’amore. Siamo nel carcere di alta sicurezza di Nuchis “P. Pittalis”, Tempio Pausania, in Sardegna. I protagonisti di questa storia sono 14 detenuti che, dopo un anno e mezzo passato ad ascoltare le lezioni di scrittura creativa, hanno deciso di realizzare e pubblicare un romanzo, il primo scritto tra le mura di un carcere. Si intitola I ricordi non bussano, e parla di una storia d’amore vissuta tra le città di Firenze e Siviglia.

Gli autori – siciliani, campani e laziali – hanno un lungo passato di criminalità alle spalle. E molti hanno scritto nel proprio registro fine pena mai. C’è chi controllava imperi di droga e chi aveva rapporti stretti con la mafia. Alcuni provengono dalle sezioni dov’è applicato il regime di carcere duro, il 41 bis. Tra questi, anche Massimo Avesani, detto “il Principino”, latitante dal 2011 e arrestato nel 2013, protagonista dei racconti di Roberto Saviano nel suo ultimo libro Zero Zero Zero.

copertinaMa cosa li ha spinti a prendere la penna in mano? “Tutto il percorso è stato avvincente e l’arricchimento reciproco – dice a ilfattoquotidiano.it Giovanni Gelsomino, responsabile del corso in carcere e curatore del libro – . Ci siamo fatti contagiare dall’entusiasmo ma anche dalla convinzione che stavamo facendo qualcosa di nuovo e di diverso”. Giovanni ha tenuto il corso per un anno e mezzo, senza nessun compenso. Grazie anche alla collaborazione dello scrittore Carlo Deffenu e dello studente Federico Piras.

Giovanni è riuscito nell’intento di addomesticare quei leoni che siamo – racconta Massimiliano A. – Quest’esperienza formativa ci ha fatto capire tante cose. Spesso ci trovavamo a scrivere entusiasti, poi dovevamo cancellare tutto e cambiare versione”. La scrittura è stato uno strumento per mettere alla prova fantasia, crescita e disciplina allo stesso tempo. “Durante la stesura del romanzo abbiamo capito cosa significa accettare la sconfitta – rivela invece Massimiliano C. – Ad ogni passo riscritto siamo rimasti uniti, nella stessa stanza. Abbiamo capito che da un fallimento può arrivare anche una vittoria, così come accaduto con questo libro”.

Per qualcuno, invece, scrivere ha significato tornare a respirare aria di libertà. “Ripercorrendo le vicende dei nostri personaggi – racconta Carmelo – tutto ciò che era fuori è riuscito ad entrare tra le mura del carcere. Ho vissuto per due anni e mezzo da solo. Ho capito che non dobbiamo essere carcero-centrici”. Insomma, la scrittura è stata un mezzo per intraprendere un nuovo cammino. E c’è chi ha rinunciato alla sua forte personalità davanti ad una penna: come Enrico, che in quella stanza ha sentito che ognuno di loro, nonostante tutto, poteva “volare alto”.

La trama si sviluppa intorno alle vicende vissute realmente dai detenuti-autori, passando tra luoghi sfarzosi, inseguimenti e musica classica. Ma il progetto non era partito nel migliore dei modi. “All’inizio nessuno ci credeva – commenta Carla Chiaravella, direttrice del carcere di Nuchis – Questi ragazzi si sono cimentati lavorando ognuno al fianco dell’altro, provando a rinunciare alle proprie idee per metterle insieme, unirle, e tirare fuori una storia unica, coerente, logica”.

Il corso di scrittura va ad aggiungersi agli altri progetti del carcere. Da tempo, infatti, sono attivi percorsi scolastici e universitari: sono 80, ad oggi, i detenuti iscritti a scuola, e 25 quelli che hanno iniziato l’università. Tra le Facoltà più gettonate c’è quella di Giurisprudenza, davanti a Lettere e Filosofia. Alcuni detenuti, poi, si sono dati all’hobbistica, con costruzione di pupazzi e varie attività legate all’artigianato. Altri, infine, si sono uniti in un coro gospel. “Abbiamo fatto già 3 concerti all’interno delle mura”, aggiunge la direttrice.

Per Giovanni Gelsomino, invece, sono giorni davvero impegnativi. A breve inizierà un tour in molte carceri italiane per presentare il libro. E non solo. Il corso di scrittura creativa andrà avanti. Prossimo obiettivo lanciare una collana, magari iniziando con una trilogia. I detenuti già si sono appassionati, e puntano al bis. Senza cambiare, però, filo conduttore. “Abbiamo scelto il tema dell’amore perché siamo tutti capaci di amare ancora – ha detto Massimiliano, durante la serata di presentazione in carcere, all’interno del Festival “Un’isola in Rete” –. Abbiamo i nostri affetti lontani. Ognuno di noi, di notte, sogna ancora di accarezzare la propria moglie e i propri figli”.