“Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare”, dice don Vito Corleone nella celeberrima scena del Padrino, ed è lecito chiedersi qual è l’offerta che i diciannove consiglieri piddini non potevano rifiutare per dimettersi in massa, far decadere il Consiglio comunale e procedere così all’affondamento del sindaco di Roma Ignazio Marino. Attenzione, lungi da noi pensare che l’integerrimo Matteo Orfini potesse far trovare nel letto di qualche eventuale dissenziente una testa di cavallo mozzata. Anche perché (sia detto senza offesa) non è che il commissario romano del Pd somigli così tanto a Marlon Brando. Resta però il dubbio che certe atmosfere di Mafia Capitale siano filtrate attraverso le finestre sbarrate del Nazareno. Almeno a leggere le cronache che parlano di una trattativa lunga e affannosa, risolta con promesse di ricandidature alle prossime elezioni e altro ancora. Qualcuno, ma guarda tu, si sarebbe fatto prendere da “dubbi, sensi di colpa e di incoerenza” (Corriere della Sera), con casi di coscienza gravi assai (“Io insieme a quel fascista non posso firmare…). E sì, magari intonavano pure “Bella ciao”.

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Il fatto è che i “fascisti” arruolati per le autodimissioni, di incoerenza non possono essere accusati visto che Marino lo volevano cacciare da subito, così come tutti i gruppi dell’opposizione. Comunque, i diciannove Pd, alla fine, le dimissioni le hanno sottoscritte (nell’attesa ansiosa che Alfio Marchini confermasse le sue) e visto che non c’era Spezzapollici nei paraggi, mentre Carminati e Buzzi risultano ancora dietro le sbarre, resta l’interrogativo su quale diavolo di motivo abbia spinto un manipolo di consiglieri comunali sani di mente a tagliarsi i cosiddetti, rinunciando a un posto di lavoro fisso per altri tre anni e ai relativi emolumenti. Il bene di Roma? Qui a Roma? In Campidoglio? Via, non scherziamo.

Purtroppo l’eterno e farsesco Bagaglino della politica romana, accompagnato dalle stravaganti furbate di un sindaco improbabile, rischia di oscurare il dramma di una democrazia rappresentativa presa a calci dal leader maximo di partito e di governo, e dai suoi accoliti. E non ci vengano a raccontare che Matteo Renzi si è voluto tenere fuori da questa storia perché se i veleni e i pugnali sono stati preparati dai signorsì Orfini, Causi, Esposito, le impronte digitali portano tutte a Palazzo Chigi. Una strage insensata di legalità che, prima di tutto, ha buttato nel cesso il voto popolare delle primarie Pd e dell’elezione diretta da parte di 650mila romani. Il candidato vincente si è mostrato un incapace? Bisognava pensarci prima perché con questo sistema chissà quanti sindaci e governatori dovrebbero andare a casa. Vogliamo parlare del silenzio tombale a cui è stato ridotto un consiglio comunale sprangato e imbavagliato perché nessuno conoscesse le vere ragioni della crisi (ed è inutile che Marino parli ora di “casa della democrazia” visto che da settimane l’aula Giulio Cesare poteva benissimo convocarla lui)? E come mai l’ex chirurgo osannato dalla Orfineide dopo il coinvolgimento Pd nell’inchiesta di Mafia Capitale, è stato brutalmente scaricato al primo stormir di scontrini. Non faceva più comodo? O forse certi potentati capitolini (dalle discariche ai trasporti) mal sopportavano una giunta con un assessore alla Legalità, il magistrato Sabella, a cui si devono le parole più tragicamente sincere: “Sistemare la macchina romana è più difficile che catturare Bagarella e Brusca”? Infine, quest’atto di violenza politica che sono le dimissioni strappate, come si usava un tempo nelle repubbliche popolari dell’est. Dopodiché del Pd restano le macerie. Bel colpo. Per molto meno si è proceduto per attentato a organo politico e costituzionale, articolo 289 del Codice penale.

Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2015