La dichiarata guerra allo Stato Islamico e, soprattutto, al Partito dei Lavoratori de Kurdistan (Pkk) doveva rappresentare il fulcro della strategia dell’Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, per riconquistare la maggioranza assoluta in Parlamento. Nei giorni immediatamente successivi all’attentato di Ankara, in vista delle elezioni del 1 novembre, gli ultimi sondaggi condotti dagli istituti di ricerca Mak e Argetus disegnano però una situazione quasi invariata rispetto all’ultima tornata del 7 giugno. Obiettivo fallito, almeno in parte, per il partito del premier Ahmet Davutoğlu che, nonostante non sembri poter ambire alla maggioranza assoluta, potrebbe essere riuscito a trovare dei punti d’incontro con l’estrema destra del Movimento Nazionalista (Mhp) in vista di una possibile coalizione.

I numeri usciti dai sondaggi parlano di una variazione massima del 2% rispetto ai risultati del voto estivo che non era riuscito a portare i partiti alla formazione di una coalizione di maggioranza. Le ultime proiezioni vogliono l’Akp al 43%, seguito dai kemalisti del Partito Popolare Repubblicano (Chp) al 25,5%, i nazionalisti al 15,4% e il Partito democratico popolare (Hdp), che rappresenta la popolazione curda del Paese, al 12,5%. Tradotto in seggi, il partito di Erdoğan ne conquisterebbe così 261 sui 550 totali, troppo pochi per governare senza un’alleanza al governo. Situazione dovuta al successo del partito filo-curdo che, dicono i sondaggi, si appresterebbe a superare nuovamente la soglia di sbarramento del 10%.

La paura dell’Akp è il ricrearsi di una situazione simile a quella nata dopo le elezioni del 7 giugno scorso, con il partito di maggioranza alla ricerca di un’alleanza che non è mai riuscito a trovare. “La strategia che Erdoğan ha sempre adottato – spiega Valeria Talbot, a capo del Mediterranean and Middle East Programme dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) – è quella dell’uomo solo al comando e dell’Akp come unico partito in grado di garantire la stabilità del Paese. Col passare degli anni, però, la situazione di sicurezza interna è cambiata e la Turchia si è trovata anche a dover gestire l’accoglienza di due milioni di profughi in fuga dagli Stati vicini. Se a questo si aggiungono le limitazioni alla libertà di stampa e la censura dei social media, lo stop alla crescita economica e gli ultimi attentati a Istanbul e Ankara, nel cuore del Paese, ecco spiegato il costante calo di consensi”.

L’evidente flessione rispetto alle elezioni del 2007 e del 2011, quando il partito di maggioranza ottenne rispettivamente il 46,5% e il 49,5% dei voti a favore, viene accentuata dall’ascesa dell’Hdp e la conferma dell’Mhp. “Alle elezioni del 2002, le prime vinte dall’Akp – continua Talbot –, il partito dell’attuale presidente ottenne appena il 34% dei consensi. Ma solo il Chp superò la soglia di sbarramento, così Erdoğan e i suoi ottennero la maggioranza assoluta in Parlamento”. Oggi, però, la situazione è molto diversa. È cambiata la politica del partito, spostatosi su posizioni molto più conservatrici rispetto agli anni passati, interrompendo anche il dialogo con le fazioni curde, ed è nata una nuova realtà come quella dell’Hdp che riesce ad attrarre i voti della maggioranza dei curdi e non solo. Il consenso nei confronti del premier Davutoğlu arriva ancora dallo zoccolo duro delle aree più periferiche del Paese, dove a influire non sono i temi per i quali i vertici del partito hanno ricevuto accuse pesanti, come la violazione della libertà d’espressione e la repressione delle opposizioni, ma le iniziative che migliorano le condizioni di vita dei piccoli Paesi fuori dai grandi centri urbani.

È in quest’ottica che si inseriscono le ultime promesse del primo ministro in piena campagna elettorale: “Avete un lavoro, un salario e del cibo – ha dichiarato Davutoğlu durante un comizio a Sanliurfa, cittadina nel sud-ovest del Paese -. Cosa vi manca? Una sposa. Vogliamo che la gente di questa terra si riproduca. Quando vorrete una sposa andrete dai vostri genitori e, si spera, loro ve ne troveranno una adeguata. Ma se non possono, verrete da noi. Vi daremo un lavoro, una casa e una sposa”. Promesse che suonano anacronistiche ma che hanno proprio lo scopo di raccogliere consensi nelle zone più remote della Turchia. “Anche in alcune aree periferiche – puntualizza la ricercatrice – si è comunque registrato un crollo dei consensi. È successo soprattutto nelle zone a prevalenza curda. Qualche anno fa queste rappresentavano delle vere e proprie roccaforti di Erdoğan, visto come l’unico leader disposto a un dialogo con la popolazione curda. Oggi, dopo la nuova dichiarazione di guerra al Pkk e l’ascesa di un leader giovane e carismatico come Selahattin Demirtaş, i voti dei curdi e di una fetta di popolazione anti-Erdoğan si sono spostati verso l’Hdp”.

La strategia degli oppositori del partito al governo dal 2002, però, oltre a impedire a Davutoğlu di ottenere la maggioranza assoluta, ha anche una conseguenza opposta: spingere l’Akp tra le braccia degli ultranazionalisti dell’Mhp, unica fazione con cui, oggi, sembra che il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo possa dare vita a un governo di coalizione. È proprio in quest’ottica che si inserisce la nuova strategia del pugno duro di Erdoğan: colpire il Pkk e rispolverare l’immagine del gruppo terroristico crea un’affinità con i Lupi Grigi dell’Mhp. “L’unica possibilità per Erdoğan – conclude Talbot – è rappresentata da un governo di coalizione. Al momento vedo difficile qualsiasi alleanza, ma in politica tutto è possibile e a fare la differenza sarà la capacità di trovare una comunione d’intenti. E tra Akp e Mhp la vedo proprio nella lotta al Pkk”.

Twitter: @GianniRosini