marino nero 675La saga delle dimissioni di Ignazio Marino da sindaco di Roma, si arricchisce di un ulteriore capitolo: il primo cittadino ha deciso di fare marcia in dietro e di andare, dunque, allo scontro col suo partito, la cui contromossa è far dimettere subito dal loro incarico tutti i consiglieri in Campidoglio. Dopo la sofferta lettera con cui dichiarava di lasciare, sembrava improbabile il colpo di coda dell’illustre chirurgo; esso, invece, c’è stato: “Voglio una discussione franca in consiglio comunale. Ripristinata la legalità”.

Mentre scrivo, gli analisti si sbizzarriscono nelle previsioni, le più disparate, sull’esito dell’ormai non più rinviabile resa dei conti. Chissà se vi sarà la “discussione aperta, franca e trasparente nell’aula Giulio Cesare”, cioè in quel “luogo sacro per la democrazia che è l’aula” auspicata dal sindaco di nuovo en titre, per confrontarsi con la sua maggioranza e per illustrare quanto fatto: “Le cose positive, gli errori e la visione per il futuro”; ovvero se la decadenza del sindaco per effetto delle dimissioni della maggioranza dei consiglieri comunali, frustrerà quest’aspettativa. In ogni caso, il gioco degli oroscopi non mi appassiona, specie quando, fra le possibili alternative, s’iscrive anche quella di un “inevitabile bagno di sangue”: sapremo molto presto quel che accadrà.

La vicenda, in via di rapidissima sintesi, s’è avviata a seguito degli esiti dell’indagine della Procura della Repubblica capitolina, denominata “Mondo di mezzo”, che ha scoperchiato un verminaio di rare proporzioni, da sempre esistente a Roma. Il 27 agosto 2015, il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Interno, escluso lo scioglimento del Comune per mafia, ha deciso tuttavia di “affiancare” il prefetto di Roma al sindaco della Capitale, adottando un provvedimento extra ordinem: il Comune non è stato commissariato, ma sono stati indicati, nella lettera di incarico, otto “ambiti” dell’attività comunale posti sotto tutela prefettizia. La relazione del prefetto di Roma, sulla quale si è fondata la proposta ministeriale, è stata secretata, senza che ne siano state spiegate le ragioni e senza che sia dato capire perché le motivazioni di una commissione d’accesso, al lavoro per mesi, debbano essere nascoste ai cittadini.

In attesa, come cittadino romano che rifiuta di farsi suddito, di una risposta istituzionale a questi interrogativi, ritengo utile riflettere, astraendo dal caso concreto, sulla problematica del segreto, là dove esso attenga alla sfera della politica.

È piuttosto di moda, per vero non da oggi, la considerazione dei fenomeni politici come fenomeni d’illusione, dello Stato come una sorta di teatro. In questa concezione, l’uomo politico, il ceto politico non sono burattinai nascosti nel buio a tirare i fili che muovono, o spesso tengono fermi, i burattini, ma attori, recitanti sopra una scena, a consumo di coloro che, nel teatro, stanno dalla parte del pubblico. La scena è la zona meglio illuminata della sala, ma ciò che si vede su di essa è illusorio, si propone agli spettatori ed è da loro percepito secondo un codice semiotico diverso da quello che governa i reali rapporti fra i recitanti e dei recitanti con il pubblico stesso. Si tratta in fondo della vecchia idea che il potere politico non sarebbe tollerato se apparisse per quello che è. Il potere si regge sul consenso, mescolato alla forza, ed il consenso si acquista con l’illusione: al suo principe Niccolò Machiavelli insegna come, stando sulla volpe dovesse rappresentarsi perché i sudditi lo accettassero e gli fossero fedeli nelle simulate virtù e nei dissimulati vizi.

Nel mondo contemporaneo, lo stato d’illusione si è presentato e si presenta, prima di tutto, nella versione forte dello stato totalitario. La recita si sviluppa, qui, intorno ad una sola tematica fondamentale, ossessivamente battuta e ribattuta; c’è, con grande distacco sugli altri, un primo attore con una grossa personalità gigionesca, tenebrosa od isterica, capace di mettere il pubblico in una condizione quasi di ipnosi. La trama è sempre drammatica, anche se spesso si finisce nel grottesco, o, addirittura, tragica; l’impegno emotivo del pubblico viene dirottato su obbiettivi esterni alle relazioni di potere, da cui quelle relazioni possano trarre giustificazione. La recitazione, nello stato totalitario, è fitta di simboli potenti, la propaganda ideologica matrice d’illusione è continua e martellante, i mezzi di comunicazione di massa sono adoperati intensamente ed assiduamente a raddensare l’illusione e soffocare ogni manifestazione di spirito critico che possa dissiparla. L’illusione si estende nel tempo, dal futuro al passato, e, come accade in forma estrema nello stalinismo, viene riscritta la storia, con la distruzione dei vecchi libri e documenti e degli stessi loro autori e lettori.

Volgendo lo sguardo dallo stato totalitario allo stato democratico nelle forme che esso ha assunto entro le società industriali avanzate sembra, a prima vista, di saltare dallo stato d’illusione al suo radicale opposto, lo stato della disillusione. Ma forse la disillusione caratteristica di questa forma sociale è a sua volta illusoria: si tratta questa volta della sottile illusione ingannatrice di colui che si crede disilluso. Ce se ne rende agevolmente conto là dove si distingua tra conoscenza e notizia. La prima presenta due caratteri essenziali, quello dell’organicità e quello della controllabilità. La seconda, invece, giunge attraverso una qualsiasi fonte; non è controllabile da chi la riceve: a lui potrà, al massimo, arrivare una smentita attraverso un’altra notizia; non è destinata ad inserirsi in una visione organica: ogni notizia è subito superata, divorata da un’altra notizia; l’attenzione è continuamente richiesta e continuamente distolta, in una sequenza che produce assuefazione e stanchezza, con un sovraccarico psichico dal quale è possibile difendersi solo dimenticando. La notizia è, insomma, soltanto l’illusione della conoscenza.

Il segreto non è, nella fenomenologia politica e sociale, un fenomeno isolato, ma va considerato in connessione con tutti gli altri aspetti dell’organizzazione politica e sociale. Nello stato d’illusione totalitario esso è, per cosi dire, il momento residuale della mistificazione semiotica, il cassetto per nascondere le decisioni e gli strumenti del potere che nemmeno la più violenta manipolazione simbolica può rendere tollerabili. Nello stato della notizia il segreto è il momento residuale della notizia, sua naturale ed aggressiva nemica. Qui il segreto difficilmente dura a lungo; c’è sempre un cacciatore di scoop in agguato; gli stessi custodi del segreto sembrano, spesso, non tenerci molto. È caratteristica, infatti, nello stato della notizia, la banalizzazione della differenza tra segreto e notizia. La rivelazione, lo scandalo vengono dapprima come un ciclone, ma non son altro che un rapido temporale, dopo il quale ben poco è cambiato, solo qualche figura e non delle maggiori è stata abbattuta dal vento.

Se ogni problema che interessa la sfera della politica può essere esaminato ex parte principis o ex parte populi, gli argomenti per il segreto sono generalmente argomenti dalla parte del principe, gli argomenti contro il segreto sono generalmente argomenti dalla parte del popolo. Ma gli argomenti per il segreto dalla parte del principe si riducono, a ben vedere, a molte varianti di una sola e fondamentale tesi: la riserva dei pericoli e degli acidi della ragione ai pochi, che hanno preso su di sé il peso ed il sacrificio del destino altrui. Rispetto ad una simile visione della società e della politica, il laicismo ricupera, riscattandosi dalle versioni correnti e banali, la forza di una grande filosofia dalla parte dell’uomo: non vi siano pastori, perché non devono esservi pecore.

Attendiamo, dunque, fiduciosi, anche se per nulla sereni, gli esiti, speriamo non sanguinosi, della faida in corso.