Calcano le scene da un quarto di secolo. Li vidi per caso, una volta, tutti su sedia a rotelle: suonavano magistralmente i Pink Floyd. Erano malati di Sla, malattia degenerativa, e oggi non ci sono più. Nel frattempo il gruppo si è arricchito di musicisti con ogni tipo di patologia: tastierista autistico, cantante cieco, batterista con sindrome di down e via… cantando. La scorsa primavera i “Ladri di carrozzelle” erano stati nostri ospiti della Casa di Reclusione di Rebibbia. L’esperienza dell’incontro tra questi tipi diversi di emarginazione e chiusura (chi tra le sbarre, chi nella propria malattia) meritava almeno una replica. Per questo, insieme a Ubaldino Ciafrei e Paolo Mastrorosato, due altri musicisti detenuti, abbiamo pensato di organizzare un appuntamento nel settore femminile del carcere di Rebibbia.

È stato un successo fenomenale. Il corridoio di una sezione letteralmente invaso da detenute di ogni risma: zingarelle e matrone rom, un gruppo di nigeriane che si muovono ritmate, la tossicodipendente con la “sgommata” sull’avambraccio, la sfregiata in viso, qualche insospettabile nonnina, macchiata di chissà quale reato, tante ragazze di borgata. Tutte, indistintamente, travolte dalla musica scatenata del gruppo in un euforico ballo collettivo. Le ovazioni e mani alzate a ogni fine canzone hanno elettrizzato i ragazzi della band, felicissimi per aver suscitato tanto entusiasmo. Alle prese con gli strumenti e illuminati dai fari colorati, sembrano quasi per incanto perdere i loro difetti. Il ragazzo down si toglie la maglietta, scende tra il pubblico acclamante e improvvisa un ballo con una detenuta dai bellissimi capelli, lunghi e castani, che gli svolazzano intorno e lo inebriano. Anche le operatrici del carcere e le agenti di Polizia penitenziaria sorridono soddisfatte, quasi contagiate dal clima di allegria.

Paolo Falessi, coordinatore dei Ladri, li presenta uno a uno come musicisti e come malati. Sa ben suscitare la potente autoironia dei ragazzi: “Per dire quello che c’hanno ‘sti due percussionisti non basta un’enciclopedia medica”. Saper ridere del mondo e soprattutto di se stessi, questo è il messaggio: consapevolezza della propria diversità e fare delle proprie debolezze un punto di forza da cui ripartire. È la funzione catartica dello spettacolo che, anche in un caso estremo come quello rappresentato da un gruppo del genere che si esibisce in un posto del genere, fa sì che almeno per la durata del concerto vengano superati steccati incrollabili.

Subito dopo tutto torna alla “normalità”: la corsia del carcere, animata da tante disperate, sguaiate, malvestite, malconce in fila per la terapia, fa pensare piuttosto a un vecchio manicomio. La ragazza dai lunghi capelli, tatuata dappertutto, ha perso la grazia mostrata nella danza: è probabilmente la moglie di un rais malavitoso di quartiere. Un’altra, con fare altero, riceve le riverenze di alcune giovanette, forse neo arrivate, che le vengono presentate. I ragazzi del gruppo, appena fuori, mentre vengono caricati gli strumenti, mostrano tutti i loro problemi. L’autistico ha lo sguardo fisso nel vuoto e la mano che gli vado a stringere è irrigidita; la cantante è piccolissima di statura e dev’essere accompagnata a braccio, come il suo collega cieco che una fila di detenute va a baciare, facendogli abbassare la testa commosso. Più che commosso, il ragazzo down piange a dirotto, consolato da una volontaria. Paolo, col suo provvidenziale fare dissacratorio, taglia corto: “È perché s’è nnammorato, je succede sempre, a ogni concerto. Namo ch’è ora”. Tutti ridono e si ficcano nei furgoni che li riportano a casa.