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Da tempo ci siamo persuasi che la democrazia in Italia non funzioni. Infatti le conseguenze più gravi dell’azione trionfante di corrotti e corruttori non sono il furto e l’appropriazione indebita (che pure ci dispiacciono), ma il fatto che costoro hanno frantumato le fondamenta istituzionali sulle quali avrebbe dovuto reggersi il Paese nato dalla Costituzione del 1948. Renzi, Letta, Monti, Berlusconi, Prodi e D’Alema personalmente non sono certamente fascisti, ma portano la pesante responsabilità di aver lasciato cadere l’Italia, molto più dei “nostalgici” sparsi per la penisola, nella direzione di una situazione pre-1945. Sarà anche brutale, ma questa è la triste realtà con la quale oggi dobbiamo confrontarci e alla quale sarebbe ora che gli italiani incominciassero a mettere qualche pietra in senso “ostinato e contrario”.

La prova provata più eloquente del declino della democrazia italiana sta nell’incapacità corporativista dei corpi dello Stato di auto-riformarsi, come è essenziale per ogni Paese che non voglia essere guidato da un autocrate. I toni eversivi di una certa Lega, nel corso degli anni, si spiegano e si giustificano soprattutto dalla presenza di istituzioni incapaci di risolvere i problemi dei cittadini, anzi in molti casi contrarie alla stessa espressione dei legittimi diritti individuali. La Magistratura da tempo, attraverso il Csm, ha dato ampia prova di non saper risolvere i suoi gravi problemi, come ha ricordato anche Gustavo Zagrebelsky in un recente libro e in questo modo si è esposta agli attacchi sconsiderati della politica. Il risultato è stato che il sistema giudiziario – fondamentale per la permanenza della democrazia – ha mantenuto le sue pesanti inefficienze, il prestigio della Magistratura è calato e le leggi che sono state introdotte dal Parlamento hanno peggiorato la situazione. Questo a causa di una evidente incapacità della Magistratura di uscire da una logica di bande, introducendo quelle autoriforme che erano indispensabili nell’interesse generale del Paese. La dinamica “lotta tra bande-prevalenza interessi dei gruppi maggioritari-peggioramento a seguito degli interventi legislativi” è una costante che ha caratterizzato negli ultimi decenni un po’ tutti gli ambiti: medici, avvocati, notai, giornalisti, parlamentari, docenti universitari, che non hanno saputo o voluto auto-riformarsi in senso virtuoso ed efficiente, hanno condannato le loro categorie al declino e hanno assestato un colpo via via crescente alla democrazia e al consenso verso di essa.

Uno dei casi cruciali è quello della Banca d’Italia. Ha voglia il governatore Visco di affermare e il presidente della Repubblica di sottoscrivere che la Banca d’Italia ha “sempre fatto il suo dovere”. Non so in che cosa consista il “suo dovere”, secondo questi autorevoli difensori dell’operato della Banca d’Italia. Può darsi, se si tratta dell’osservanza di qualche comma o mansionario di recente promulgazione, che le loro coscienze possano essere tranquille. È probabile che nessun magistrato avrà mai materia per accertare la presenza di reati – anche nei casi in cui è stata aperta un’indagine – ma che conta? Sul piano dei fatti, l’attività ispettiva e di vigilanza alla quale la Banca d’Italia è chiamata da sempre in modo primario ed esclusivo, certamente non ha prodotto i risultati che ne giustificano l’esistenza e che servono a creare la stabilità sociale necessaria alla democrazia.

“Dai frutti si distingue il profeta” e se negli ultimi venti anni molti sono stati gli scandali finanziari, i buchi milionari, le storie finite con danni miliardari per i risparmiatori e i cittadini, qualcosa vorrà dire, o che le norme e i regolamenti erano fatti male, o che l’applicazione è stata scadente. Nella lotta tra guardie e ladri, il compito principale delle guardie è quello di impedire che i furti avvengano. Invece da Parmalat a Monte Paschi, dal Banco Ambrosiano alla Popolare di Lodi, dalla società di gestione di Carige fino alla recentissima vicenda della Popolare di Spoleto, siamo sicuri che una più stringente e imparziale azione ispettiva non avrebbe potuto ridurre i costi per le casse pubbliche e i danni al risparmio privato?

Così mentre la Banca d’Italia non riteneva di dover assumere nessuna auto-correzione di fronte ai ricorrenti fallimenti della sua attività ispettiva, si sono create le basi per una ancora maggiore inefficienza nel sistema dei controlli bancari e finanziari, oggi in capo quasi esclusivamente alla Bce. Di grande attualità è in questi giorni la vicenda della Banca Popolare di Vicenza, alla quale nel silenzio generale (non dimentichiamo la Consob e l’Abi) è stato permesso in una decina di anni di gonfiare arbitrariamente il prezzo delle azioni, portandole a oltre 62 euro di valore nominale già nel 2011, lasciando ora soci, azionisti e risparmiatori con le sole lacrime di un verosimile valore di mercato reale attorno ai 5 euro. Un grave danno per i sottoscrittori (che, ovviamente, hanno le loro colpe, soprattutto omissive per non aver denunciato prima quello che potevano vedere stava succedendo), ma soprattutto un altro grave colpo a tutto il sistema finanziario e bancario e in ultima analisi verso il sistema democratico.

L’incapacità di risolvere le difficoltà della gente comune prima o poi può portare all’uomo forte, che risolva i problemi prescindendo dalle leggi e dai legittimi interessi di parte, oggi così male rappresentati. Le istituzioni deboli, che stanno con i più forti, che non tutelano i deboli portano acqua al mulino dei dittatori. E anche nel caso della Banca d’Italia il dovere degli uomini di via Nazionale, ancorché praticato formalmente, in molte vicende era un altro.