Che a Barcellona ci sia una “little Italy” non è un mistero. Sono gli stessi dati del Comune a mostrare come gli italiani siano la comunità straniera più numerosa, la maggioranza su 33 dei 73 quartieri della città, come precisa l’emittente televisiva locale BTV. Il segreto del loro successo in questa città? “Tecnologia e lingue”, raccontano Maria Perillo e Francesca Nuvola, che nella città spagnola vivono grazie a una start-up orientata all’insegnamento dell’inglese. ABA English è un progetto spagnolo ma in cui numerosi ruoli chiave sono gestiti “da italiani puro sangue”. “Sarà che siamo bravi: gli italiani sono in genere preparatissimi e molto professionali”.

Come Maria Perillo, 32 anni, responsabile accademica che gestisce un team di 18 persone, o Francesca Nuvola, 36, responsabile di Acquisizione web e mobile a livello globale. Incarichi importanti che fanno vedere alle due trentenni un difficile ritorno lavorativo in patria. “Il settore dell’e-commerce è più forte in Spagna – racconta Francesca – Vediamo nascere progetti web pensati per lo studio delle lingue in Spagna, Germania, Usa e Uk. In Italia non abbiamo dei concorrenti”.

“Il settore dell’e-commerce è più forte in Spagna. In Italia non abbiamo concorrenti”

Un’esperienza che disegna il belpaese come fratello minore di molte altre realtà europee meglio posizionate rispetto al mondo del commercio elettronico. “Cosa cercano gli italiani a Barcellona? È considerata un hub tech molto importante, per questo motivo molti italiani si trasferiscono qui – continua la 36enne siciliana – Diciamo che, rimanendo in Europa, è una Berlino con il mare”.

Accomunate dall’aver scelto, per completare gli studi, la stessa Università di Barcellona Pompeu Fabra e di avere scelto la città catalana come nuova patria da circa otto anni, Maria e Francesca non hanno mai avuto modo di lavorare in Italia (“dove, comunque, le offerte di lavoro erano di molto inferiori rispetto all’estero”) essendo state subito fagocitate dal mercato spagnolo che ha proposto loro contratti a tempo indeterminato e “ottime condizioni lavorative”, precisa la 32enne campana. Forse perché il settore dell’e-commerce è meno sviluppato in Italia, o forse perché in Italia è dato meno importanza allo studio delle lingue.

“Gli italiani partono da un livello più basso rispetto ad altri paesi dell’Europa del Nord”

Secondo una recente indagine di ABA English, più della metà degli italiani (il 55%) riferisce di aver un livello intermedio di inglese, il 39% principiante, mentre solo il 6% osa dichiarare una competenza avanzata. La responsabile accademica del corso online non ha dubbi: “Gli italiani partono da un livello più basso rispetto ad altri paesi dell’Europa del Nord”. Colpa delle famiglie che “dovrebbero stimolare di più i loro figli anche in età prescolare”, ma gran parte delle mancanze sono da attribuire al sistema scolastico. “Servirebbero insegnanti madrelingua, lezioni solo in inglese e aumentare le ore di studio delle lingue – racconta Francesca Nuvola – Dobbiamo fare capire agli alunni l’importanza di parlare inglese e le opportunità di vita che si hanno o meno per questo motivo”.

Sicuramente, anche la tradizione italiana di doppiare i film non è d’aiuto. “Esistono numerosi studi che dimostrano come nei paesi in cui non esiste il doppiaggio, il livello d’inglese è molto più alto”, precisa Maria. Le fa eco Francesca: “Di fatti, i cugini portoghesi lo parlano molto meglio di noi anche per questo motivo”. Il risultato? “In Europa siamo quelli che lo parlano meno – continua la 36enne siciliana – e questo compromette la competitività dei giovani italiani in cerca di lavoro all’estero, ma anche in Italia”. Per quanto riguarda Barcellona, ad esempio, “non c’è bisogno di sapere lo spagnolo prima di venire qua. Piuttosto bisogna avere un ottimo livello di inglese. In ABA English, di fatti, in azienda comunichiamo in inglese”.

Pregi e difetti della vita in Spagna? La soddisfazione più grande è quella di “lavorare in un progetto in cui credi e ricoprire un ruolo chiave”, racconta la 36enne siciliana. Tra i negativi, quello di vivere “a duemila chilometri dalla mia famiglia: la Sicilia l’ho sempre nel cuore”. Ma l’esperienza di lavorare all’estero è una scelta che entrambe consiglierebbero ai neolaureati. Magari iniziando con un Erasmus o “inventando una start-up – suggerisce Maria – da proporre sul mercato straniero”. Del resto, conclude la 32enne campana, “mi preoccuperebbe se gli italiani non avessero altra scelta se non quella di emigrare. Ma nessuno dice che bisogna restare all’estero per sempre”.