A Fortaleza è estate, Antonia Rosilene Rodrigues Freitas non immagina che dall’altra parte del mondo, nelle valli bresciane, il padre dei suoi figli stia per morire. Esce per la serata, non prende con sé il cellulare. Quella sera l’ex marito Giuseppe Ghirardini cerca insistentemente di parlare con lei. La chiama almeno otto volte. Ma non ottiene nessuna risposta.

L’ex moglie di Ghirardini, l’operaio della fonderia Bozzoli sparito da casa il 14 ottobre e trovato cadavere il 18 in un torrente a dieci giorni esatti dalla scomparsa del suo datore di lavoro Mario Bozzoli, ha rivelato un dettaglio importante sul giallo di Marcheno. La sera di martedì, poche ore prima di svanire nel nulla, l’addetto ai forni ha cercato più volte di mettersi in contatto con lei. Una circostanza confermata dal suo legale, l’avvocato bresciano Marino Colosio, nominato martedì 27 ottobre dalla donna tramite il consolato, in attesa di poter rientrare in Italia per seguire da vicino gli sviluppi delle indagini. Ghirardini e l’ex moglie erano rimasti in buoni rapporti nonostante la separazione nel 2012 dopo 4 anni di matrimonio. Antonia era tornata in Brasile, a Fortaleza, insieme al loro figlio che oggi ha 7 anni e che Giuseppe manteneva grazie a un assegno che gli veniva versato direttamente dalla fonderia Bozzoli. Ultimamente Antonia e Giuseppe si erano sentiti e Ghirardini aveva espresso il desiderio di vedere il figlio: l’incontro in Brasile era fissato per dicembre.

La sera di martedì 13 ottobre, stando alla testimonianza della sorella Giacomina, Ghirardini era a cena con le sorelle nel suo paese del bresciano, Marcheno. Considerando il fuso orario di quattro ore, le chiamate potrebbero essere partite durante la notte o all’alba di mercoledì mattina, il giorno della sua scomparsa. Quella mattina Ghirardini ha condiviso sul suo profilo Facebook alcuni post, il primo alle 6,20. Il più esplicito, pubblicato pochi minuti più tardi: “Guardati bene le spalle sempre, le pugnalate arrivano sempre da chi meno te lo aspetti”. Poi, il buio.

Il suo cellulare, che non è mai stato ritrovato, avrebbe agganciato la cella telefonica del passo di Crocedomini intorno alle 14,00 di mercoledì, per poi spegnersi per sempre. Già da alcune ore, però, Ghirardini non rispondeva più al telefono. Avrebbero provato a raggiungerlo una sorella e l’ex moglie, inutilmente. L’operaio, addetto ai forni dello stabilimento Bozzoli, viene ritrovato morto quattro giorni dopo in un torrente ghiacciato a Case di Viso, nel Parco nazionale dello Stelvio. La sua auto, parcheggiata a Ponte di Legno, era regolarmente chiusa dall’esterno. Il testimone che ha segnalato la presenza dell’auto alla polizia ha riferito però a un emittente locale di aver notato la presenza dell’auto la prima volta nella mattinata di mercoledì, intorno alle 11,45. Com’è possibile che l’auto di Ghirardini si trovi a Ponte di Legno, in alta Vallecamonica, poco prima di mezzogiorno – dove l’uomo verrà ritrovato morto – e il suo cellulare agganci la cella di Breno, al confine con la Valtrompia, a più di 100 km di distanza?

È uno dei tanti misteri del giallo della fonderia. Mentre gli investigatori continuano a cercare nello stabilimento tracce di Mario Bozzoli, scomparso nel nulla la sera dell’8 ottobre. Dopo settimane di ricerche, gli inquirenti sono convinti che l’imprenditore non sia mai uscito dalla fonderia, e nonostante il fascicolo affidato al pm bresciano Alberto Rossi sia aperto contro ignoti per sequestro di persona, nell’azienda si cerca ormai il corpo dell’imprenditore. Una delle ipotesi è che Mario Bozzoli sia in qualche modo finito, o sia stato gettato, nel forno fusorio dell’impianto. Il pm ha nominato come consulente l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, che insieme al Ris di Parma sta analizzando alcune tracce biologiche che sarebbero state individuate nella zona del forno.

L’ipotesi che lega il destino di Bozzoli a quel forno spunta da subito in questa storia. La mattina del 9 ottobre, la moglie di Bozzoli, Irene Zubani, si presenta ai carabinieri per denunciare la scomparsa e mette a verbale: “Gli operai dicevano di aver riavviato un sistema che era andato in errore e aveva causato una fumata anomala, dal locale dei forni”. Un particolare confermato anche dal procuratore di Brescia Tommaso Buonanno che coordina le indagini dei carabinieri guidati dal colonnello Giuseppe Spina. Ma la signora Zubani racconta anche del clima pesante che si respira in azienda tra Mario Bozzoli, i fratelli e i nipoti: “Ultimamente, nel tornare a casa, diceva sempre che un giorno o l’altro avrebbe fatto una denuncia, ma non ha mai detto per cosa”.