Un veliero d’acciaio che naviga al di là dei confini dell’arte contemporanea. Ma anche una nuvola di vetro che getta scorci mozzafiato sulla città ridefinendo i suoi connotati culturali. La Fondation Louis Vuitton di Parigi, inaugurata appena un anno fa nel cuore verde del Bois de Boulogne nel 16mo arrondissement, ha creato non pochi capogiri e mal di pancia nel pubblico parigino. Concepito come culla dell’arte del XX e del XXI secolo, lo spazio – grazie al tocco estremo dell’architetto visionario Frank Gehry (lo stesso, per intenderci, che ha creato le linee sinuose del Guggenheim di Bilbao) e al mecenatismo di LVMH – è un pugno nello stomaco per i cultori del classicismo e di quell’arte che profuma di antico e per tutti i francesi amanti dello stile hausmaniano impresso sugli splendidi palazzi della città. Ma la Fondation è e vuole essere un di più per Parigi e per gli amanti della cultura a tutto tondo, imponendosi con glamour ed eleganza come il nuovo simbolo dell’arte contemporanea più estrema; un nuovo simbolo che, per contenuti e linee architettoniche, sembra quasi essere carico di echi e profumi newyorchesi. Lasciando quindi attoniti i parigini più ancien. Ma non i turisti.

Pop et Musique – la mostra che la Fondation ospita nei suoi spazi super minimal fino al 4 gennaio – s’incastra alla perfezione in questo contesto, rigettando lo spettatore su un terreno di riflessione e meraviglia. Questo nuovo allestimento stravolge parte della collezione permanente della Fondazione sotto il segno dell’arte pop e della musica senza confini: 26 artisti di tutte le generazioni raccontano il mondo di oggi, e del domani che è dietro l’angolo, attraverso diverse forme artistiche di pittura e musicali, sfruttando i media dal grande impatto quotidiano, come i video, le immagini, le schegge cinematografiche, la pubblicità, gli spot, la televisione e Internet.

Il primo asse dell’esposizione è dedicato alle opere “popiste” che sconfinano in una quotidianità urbana e consumistica. Risalendo i piani della Fondazione ci si imbatte così nel Trittico di Gilbert & GeorgeClass War, Militant, Gateway” (1986): lunga 25 metri e alta 4, l’opera celebra con rossi intensi la rivoluzione e il militarismo politico di tutti quei giovani che non riescono a ritagliarsi un posto nella società di oggi; e poi ancora due grandi formati di Jennifer Allora & Guillermo CalzadillaHalloween Afghanistan” (2011) e “Halloween Iraq” (2010) che evocano con spirito critico la celebrazione di Halloween dei soldati americani durante le guerre in Iraq e Afghanistan. Di tutt’altro gusto i “Blue Cowboys” (1994) di Richard Prince che hanno ispirato le campagne pubblicitarie della Marlboro e gli “Speech Bubbles” di Philippe Parreno, palloni gonfiati a elio che sembrano ridisegnare parentesi di fumetti in aria. Al piano primo della Fondazione ci si immerge molto volentieri nella cultura pop nord americana che gode e soffre di un meticciamento estremo fra neri e bianchi. Ecco quindi le opere di Jean-Michel Basquiat (“Grillo”, 1984); di Bertrand Lavier (“La Bocca”, 2005; e “Walt Disney Production”, 2013), di Adam McEwen (“Matty et Esteban”) che getta uno sguardo ironico sul lusso chic. Non manca il traghettatore del Pop Andy Warhol con l’insieme dei suoi autoritratti declinati in pittura e polaroid (1963-1986) e con “Ladies and Gentleman” (1975), omaggio alle figure dell’underground di New York.

Il secondo asse della mostra si concentra invece sulla musica e sul suono, dove la musica viene sfruttata come parte integrante dell’opera. Fra quelle di maggiore impatto, merita attenzione (nonostante l’attesa per prendervi parte) l’installazione di Marina AbramovicRejuvenator of the Astral Balance” (2000): lo spettatore viene invitato a sedersi e a praticare meditazione ascoltando unicamente il suono dei metronomi sparsi nella stanza. E poi c’è “Extended Lullaby” di John Cage che funziona come una scatola musicale dove le dodici chiavi possono essere azionate simultaneamente o successivamente ricreando frammenti di una partitura di Satie. E per finire, da non perdere “Fiorucci made me hardcore. Sound System” (1999-2010) di Mark Leckey: l’opera trasporta lo spettatore nell’universo dei night club londinesi, dal 1970 al 1990, con un occhio privilegiato sulla cultura musicale underground in una immersione allucinata di danza e musica.