Lord Warner è stato il primo parlamentare ad abbandonare, alcuni giorni fa, il partito laburista inglese in aperta polemica con il nuovo leader Corbyn. Nel farlo ha addotto come motivazione che se il partito non cambia subito rotta non ha la minima possibilità di vincere le elezioni nel 2020 o nel 2025. Come noto, la paura, interna al mondo laburista, è che il partito possa ripiegare su posizioni socialiste, diventando inappetibile per un elettorato di centro, o moderato, che dir si voglia, e trasformarsi così in uno schieramento di opposizione cui la vittoria elettorale sarebbe preclusa in partenza.

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Le argomentazioni utilizzate contro Corbyn sono, secondo me, altrettanto significative quanto la sua elezione, perché ci riportano alla questione molto delicata, spesso anche dimenticata, del perché chi è in politica fa politica, o più in generale, di quale debba essere lo scopo di chi fa politica.

I due che hanno sintetizzato in maniera più colorita, ed anche ruvida, le ragioni dell’inopportunità di una vittoria di Corbyn sono stati Tony Blair e Matteo Renzi. Il primo in una famosa lettera, precedente alle primarie, in cui invitava i laburisti a salvare il partito da una disgrazia annunciata. Il secondo invece ha associato l’immagine del partito laburista a quella di un atleta che va alle Olimpiadi non per vincere ma semplicemente per partecipare.

Ora, il punto è esattamente questo. I leader dei partiti politici devono scrivere i propri programmi in base a ciò che essi ritengono giusto, su un piano puramente politico, o invece devono confezionare il prodotto vendibile alla clientela più ampia? Che il politico si candidi per vincere sembra una cosa scontata. Ciò che invece colpisce è come ormai nei discorsi e nei testi pubblici di molti leader la necessità di vincere ad ogni costo sia palesemente slegata da ogni analisi normativa sulla desiderabilità di quello che si propone. Blair, ad esempio, ha utilizzato come argomento chiave contro Corbyn il fatto che le politiche da lui proposte siano state già rigettate in passato dalla maggioranza dei cittadini britannici.

Ora, supponiamo per un attimo che un membro del partito laburista si convinto che in un Paese diseguale come la Gran Bretagna sia giusto aumentare il carico fiscale sulle fasce più alte della popolazione, perché ciò creerebbe più equità, e l’equità è da sempre uno degli obiettivi più cari a questo elettore. Il fatto che la maggioranza dei suoi concittadini si sia in passato dimostrata contraria a questo genere di misure dovrebbe da solo convincere questo laburista a mettere da parte le sue priorità politiche?

Se a un certo punto un manager di una compagnia che produce cellulari decidesse di non realizzare più apparecchi con il touch screen ma di tornare alla tastiera tradizionale, gli si potrebbe tranquillamente dare del folle, e dire “Ehi, guarda che la maggioranza degli acquirenti di cellulari nel mondo ha mostrato di preferire il touch screen, tu ci farai perdere quote di mercato, la tua scelta quindi è palesemente sbagliata”. D’altronde il compito principale di un manager aziendale è realizzare il prodotto che vende di più, anche se lui non acquisterebbe mai quel prodotto, perché lo ritiene brutto o poco funzionale. Il suo lavoro è fare profitto.

Ma può un leader politico ragionare allo stesso modo? Il suo compito è vincere o proporre cose in cui crede? Un elettore londinese intervistato un po’ di settimane fa dal New York Times ha sintetizzato in modo molto efficace le ragioni che lo hanno spinto ad allontanarsi dal partito laburista a partire dagli anni 90: “A cosa serve vincere le elezioni facendo la parte dei conservatori?“. Una risposta al disilluso elettore laburista potrebbe essere questa. Meglio un laburista travestito da conservatore che un vero conservatore. Cioè, se il tuo programma rischia di essere giudicato troppo estremo dall’elettorato meglio rinunciare a ciò che credi giusto e offrire agli elettori il prodotto più vendibile.

Il grande limite di questo genere di strategia è che porta ad un appiattimento generale su posizioni di centro, intermedie. I partiti politici smettono di rappresentare gli interessi di chi ritengono giusto rappresentare, perché preferiscono diventare portavoce dei gruppi più corposi. E allora la politica diventa soltanto una gara all’ultimo sangue per accapararsi il potere. Le idee alternative lentamente vengono lasciate soffocare, o diventano appannaggio di piccoli partiti minoritari. Nell’inseguire la maggioranza ad ogni costo si svilisce il ruolo politico dell’opposizione, che viene vissuta semplicemente come l’attesa della prossima gara olimpica.