Sono cominciati ieri quattro giorni di meeting per i duecento membri del Comitato centrale del Partito comunista cinese. È il plenum, che tradizionalmente svolge due compiti: primo, approva le politiche già delineate dai vertici, cioè da quei leader che assommano in sé le maggiori cariche sia del Partito, sia dello Stato; secondo, determina i rimpasti all’interno del Partito comunista più grande e potente del mondo.

Gli esiti di questa mega riunione a porte chiuse saranno resi noti giovedì, ma tra le novità attese quest’anno c’è soprattutto il varo del 13esimo piano quinquennale (2016-2020) quello che dovrà sancire la definitiva transizione della Cina da economia industriale a economia avanzata. Da un modello basato su investimenti e manifatture votate all’export, si vuole passare a un sistema più evoluto, sostenibile, fondato sui consumi interni di quella che dovrebbe diventare la gigantesca classe media cinese.

La parola d’ordine diventa quindi “qualità” e il segno di questa trasformazione si è avuto per esempio nel recente viaggio di Xi Jinping nel Regno Unito, dove gli annunciati 30 miliardi di sterline (41 miliardi di euro) di investimenti cinesi non saranno più destinati solo ai tradizionali settori dell’immobiliare e della finanza, bensì anche a industrie creative, commercio, salute e benessere, nuove tecnologie, settore aerospaziale, istruzione. Nel nuovo modello cinese, il trasferimento di tecnologie occidentali è fondamentale e gli investimenti/acquisizioni all’estero sono da questo punto di vista il grimaldello per aprire la porta dell’innovazione.

Sarà inoltre promossa una sempre maggiore internazionalizzazione del renminbi come valuta di scambio e di riserva alternativa al dollaro. Voci raccolte da Reuters tra insider del Fondo monetario internazionale confermano che la divisa cinese sarà inserito a novembre nel paniere di valute che compongono i “diritti speciali di prelievo”, cioè la supermoneta che regola i cambi all’interno dell’Fmi. Non è solo un riconoscimento formale dei risultati conseguiti dall’economia cinese, ma un passo ulteriore proprio verso l’internazionalizzazione del renminbi. Anche la svalutazione controllata messa in atto la scorsa estate dalla People’s Bank of China – letta da alcuni come risposta alle turbolenze borsistiche – è in realtà inquadrabile in questo processo.

Il plenum sancirà anche il fatto che la crescita rallenterà e nei prossimi cinque anni si aggirerà tra il 6,5% e il 7%. È il “nuovo normale” (xin changtai) un termine coniato per rassicurare gli animi dei cinesi – e degli investitori internazionali – abituati a ritmi di crescita a doppia cifra nell’ultimo trentennio. Il problema è chi pagherà il conto di questo rallentamento/transizione: i milioni di cinesi lasciati indietro dalla corsa all’arricchimento o gli ultra ricchi che spesso hanno messo fieno in cascina allungando e prendendo mazzette?

La campagna anticorruzione, sempre più martellante è selettiva, offre forse una risposta. Si bastonano i poteri costituiti, specialmente all’interno dei grandi conglomerati di Stato, per dare un segnale a tutti (“colpirne uno per educarne cento“) e per sbarazzarsi di chi si oppone alle riforme. Senza però nuocere a quelle “forze produttive avanzate” – così definite ai tempi di Jiang Zemin, quando furono loro aperte le porte del Partito – che devono trainare la Cina nel futuro; e senza colpire indiscriminatamente gli interessi alto borghesi tout court, essendo gli stessi della nomenklatura più vicina a Xi Jinping.

A questo proposito, una nuova tornata di ispezioni disciplinari è stata decisa venerdì scorso e prenderà di mira il sistema finanziario cinese, accusato di creare bolle speculative, accumulare miliardi di crediti inesigibili e favorire feudi personali. Si va dalle agenzie governative che regolano la materia finanziaria, alle principali banche di Stato cinesi, passando per la stessa People’s Bank of China, la banca centrale. Un totale di 31 istituzioni verranno passate al setaccio dagli uomini di Wang Qishan, lo “sbirro” implacabile a capo dell’agenzia anticorruzione, fedelissimo di Xi Jinping nonché esperto di economia.

Il che ci porta direttamente ai rimpasti all’interno del gruppo dirigente, che dovrebbero aumentare la presa di Xi sull’apparato. Per questo motivo, pare si stia addirittura studiando una modifica del regolamento per non far andare in pensione lo stesso Wang, 67 anni, così utile nella sua opera di liquidazione dei vecchi boiardi di Stato. Altri cambiamenti sono per ora pure illazioni da bar dei corrispondenti stranieri. Probabilmente, come osserva lo statunitense Bill Bishop, il fatto che di recente Xi Jinping abbia allegramente viaggiato negli Usa e in Gran Bretagna invece di starsene a Palazzo per parare – e tirare – coltellate, rivela una certa tranquillità del lider maximo. Ma le nuove decisioni del Partito le sapremo giovedì al termine del plenum.

di Gabriele Battaglia