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Ed eccoci al terzo e ultimo resoconto delle serate del premio Tenco 2015, interamente dedicato a Francesco Guccini.

Ad aprire lo spettacolo in un Ariston praticamente strapieno sono stati i Têtes de bois, con l’omaggio “Canzone delle domande consuete”. Poi il gruppo ha cantato brani tratti dal disco “Extra”, tributo a Léo Ferré, che quest’anno è valso loro la Targa Tenco 2015 fra gli interpreti. I brani di Ferré sono fatti di immagini forti, simboliste e analogiche, e soprattutto spesso travolgenti. Forse il principale merito dei Têtes è allora quello di saper creare una altrettanto unica nicchia musicale, che rende esclusivi i brani. In questo modo il cantante Andrea Satta riesce a muoversi con perfetta padronanza della portata artistica delle canzoni e, come di fronte a un mare in tempesta, gestisce sapientemente il ritmo delle ondate, senza mai essere risucchiato, sempre sul filo, nella battigia della tensione poetica.

La consegna delle Targhe è proseguita poi con Cesare Basile, miglior album in dialetto per il suo “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”. Nelle canzoni di Basile c’è molta fisicità, perché vengono letteralmente dalla terra e, i vari generi e ritmi usati, non fanno che declinarne l’impasto popolare. Il brano di Guccini cantato è “La ballata degli annegati”, ripescata dal remoto passato (1967) come una tradizione sopita.

Si è arrivati a questo punto alla Targa per la miglior canzone dell’anno, consegnata a Pacifico e Bersani per “Le storie che non conosci”. La canzone è roba per palati fini, eppure del tutto orizzontale, d’altronde scritta da due tra i migliori autori in assoluto del panorama italiano. Bersani purtroppo era giù di voce e non ha potuto cantare. Ha cantato Pacifico da solo, ma è stato comunque un gran bel sentire, elegante anche nell’omaggio a Guccini, con il brano “Gli artisti”, per poi chiudere con la canzone “Le parole” che lega Bersani e Pacifico stesso.

Dopo questo momento decisamente raffinato, c’è stata una botta di adrenalina vera e propria con il cantautore rock canadese Bocephus King. La sua grinta è stata meravigliosamente concentrata nella versione inglese di “Autogrill”. Un gioiello gucciniano che lui ha saputo traslare nel testo ma anche nella musica, lasciando però intatta l’intenzione autorale. Bocephus King sul palco del Tenco ha fatto brillare “Autogrill” di una luce persino nuova. Merito della scrittura di Guccini, certo, ma anche del travolgente modo di intendere la canzone d’autore da parte del suo esecutore. Il miglior momento del Tenco 2015. E al canadese è stato concesso l’unico bis.

Dopo di lui c’è stato un altro ospite, Giovanni Truppi. Ricapitoliamo: questo giovane cantautore è salito sul palco di un Ariston sold-out, dopo che Bocephus King aveva praticamente fatto venire giù il teatro; Truppi è salito con la sua chitarra elettrica ed è partito con “Gli amici” di Guccini, da solo. Gli si era presentata davanti questa montagna e lui l’ha scalata con una naturalezza straniante. Ha colpito particolarmente il modo in cui riesce a dosare i momenti di intonazione empatica ad altri sospesi o in cui è il ritmo a farla da padrone. Estremo virtuosismo chitarristico e vocale, convogliati in una forma molto comunicativa. Mostruoso.

A chiudere la serata sono stati i musicisti di Guccini, quelli che hanno accompagnato il cantautore durante la carriera. Quasi tutti. Giusto così, perché il sottotitolo del Premi Tenco – forse in pochi lo sanno, e sicuramente lo ignora chi lo critica senza averci mai messo piede – recita: “La vita è l’arte dell’incontro”. Si chiude con “La locomotiva” e gli ultimi saluti di Guccini sul palco.

Finale perfetto, per una deliziosa terza e ultima serata.