La Cina comincia ad essere più vicina, anche per la musica italiana. Ciò che sorprende, però, è come non siano più solo Laura Pausini o i tre tenorini de Il Volo ad avventurarsi nelle terre dell’ex Celeste Impero, ma anche band che si muovono con successo nel mercato discografico indipendente nostrano, come i bolognesi Ofeliadorme. Attivi già dal 2007 e con una discografia importante alle spalle, il trio formato da Francesca Bono, Tato Izzia e Michele Postpischl ha incrociato recentemente la sua rotta artistica con Howie B, il musicista e produttore scozzese dalle cui mani sono passati album come “Post” di Bjork e “Pop” degli U2. E proprio grazie ad Howie si sono create le connessioni che hanno portato la band nel Sud-Ovest della Cina per quattro date tra settembre e ottobre. Abbiamo chiesto a Francesca Bono, voce degli Ofeliadorme, di raccontarci questo viaggio.

Come è nata l’idea di andare in Cina?
Andare in Cina non è stata un’idea nostra, ma ci è stata proposta. Grazie alla mediazione di Howie, questa primavera siamo venuti in contatto con Ni Bing, suo manager in Cina già da molti anni. Fa anche il dj, occupandosi soprattutto di musica elettronica, e questo lo porta a girare il mondo. Ci ha chiesto di fargli sentire quello che facevamo e gli è piaciuto molto. Così ci ha proposto di venire a suonare in Cina, e noi abbiamo risposto ‘perché no?’. Dopo un paio di mesi ci ha trovato dei finanziatori per portarci in Cina, attraverso la partecipazione ad un festival, e ha trovato anche altre date. Siamo stati lì tre settimane e ci siamo immersi nell’humus del posto. Il programma del nostro tour manager è quello di farci ritornare, magari suonando anche fuori dal Sud-Ovest della Cina, in città come Pechino, Shangai, etc.

Come funziona lì la realtà della musica dal vivo? Ci sono dei club come in Europa?
Premetto che in venti giorni non abbiamo conosciuto tutto della Cina, però da quello che abbiamo visto ci sono locali come quelli europei. Nei tre concerti al chiuso che abbiamo fatto, i club avevano la grandezza e l’apparato tecnico di un Locomotiv di Bologna, per intenderci. Delle belle realtà, organizzate, con buoni impianti, e dove girano molte band cinesi, ma anche occidentali. Ci siamo trovati molto bene anche al Nuart Festival, un block party con musica e arti digitali. Uno pensa ‘oddio chissà in Cina’, e invece ti assicuro che ho visto molto di peggio in Italia, dove forse un cinese non vorrebbe mai suonare.

I cinesi pensano che siamo ancora fermi alla lirica oppure conoscono la musica italiana?
Ne sanno della musica italiana quanto noi ne sappiamo di quella cinese. Poi, in linea di massima, non è che la musica italiana sia così conosciuta all’estero, tranne qualche sporadicissimo caso. Di natura, però, i cinesi sono molto curiosi, anche per una certa storia politica che hanno avuto. Sono molto contenti della contaminazione tra il loro mondo e il nostro. Noi abbiamo avuto un’ottima accoglienza, grazie anche alla promozione che è stata fatta. E sono molto socievoli, forse anche più degli italiani.

Avete notizie sull’esistenza di un mercato discografico indipendente anche in Cina?
Anche questo è un aspetto che dovrei approfondire meglio. Però direi di sì. Una ragazza con cui abbiamo trascorso molto tempo a Chengdu è anche una dj di drum’n’bass ed ha una piccola label che produce sue uscite. So anche dell’etichetta del nostro tour manager, che ha delle proprie band e dei dj. Quindi ci sono delle label indipendenti, alcune delle quali lavorano solo in Cina, dove va molto anche la musica dance e l’elettronica.

Sappiamo che avete un nuovo disco in cantiere. A che punto siete?
Le registrazioni le abbiamo completate a giugno, in Galles. Il mixaggio, che sarà curato da Howie B, dovrebbe essere finito entro metà novembre. Il disco uscirà in primavera, anche se ancora non abbiamo deciso una release-date. Ma nel giro di un mese, tutto sarà più definito.