google oblio itSu oltre 25 mila richieste di disindicizzazione in nome del diritto all’oblio ricevute da Google dal maggio del 2014 ad oggi, sono solo poco più di cinquanta gli interessati che dopo essersi visti negare l’oblio dal motore di ricerca hanno bussato alla porta del Garante privacy per ottenere una revisione della decisione assunta da Big G.

E nei cinquanta casi sin qui decisi dal Garante per la privacy, la decisione di Google è risultata il più delle volte corretta ed è stata confermata dalla nostra Authority per la privacy che solo in un caso su tre ha ritenuto che il motore di ricerca abbia negato l’oblio a chi lo meritava.

In oltre il sessanta per cento dei casi, invece, il Garante ha ritenuto corretta la posizione di Google, giacché si trattava, in prevalenza, di vicende processuali di sicuro interesse pubblico, anche a livello locale, spesso recenti o per le quali non erano ancora stati esperiti tutti i gradi di giudizio”.

E’ quanto si apprende confrontando i dati sui procedimenti celebrati nell’ultimo anno e mezzo davanti al Garante per la privacy appena pubblicati nella newsletter dell’Autorità con quelli resi disponibili da Google attraverso il suo transparency report.

E la percentuale di casi nei quali il Garante ha ritenuto fondate le richieste di chi ha esercitato il proprio diritto all’oblio è pressoché sovrapponibile a quella delle ipotesi nelle quali Google è arrivata alla stessa conclusione.

Su 82 mila Url oggetto di richiesta di rimozione, infatti, il motore di ricerca ne ha disindicizzate poco più di 20 mila ovvero circa il 30%, più o meno un terzo, una proporzione analoga a quella delle istanze arrivate al Garante e da quest’ultimo accolte.

Troppo presto e troppo pochi i dati per azzardare delle conclusioni sul primo anno e mezzo di applicazione dell’ormai celeberrima Sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea che ha, di fatto, affidato a Google la gestione, in via principale – e salva la possibilità di ricorso a Giudici e Garanti – delle richieste di oblio dei cittadini europei.

Qualche prima prudente considerazione, tuttavia, sembra già possibile.

Sembra, innanzitutto, evidente che – come, peraltro, forse facilmente prevedibile – le decisioni di Google sono, nei fatti, sostanzialmente definitive perché è insignificante, ovvero pari allo 0,2%, la percentuale degli interessati che vistosi respingere la propria richiesta dal motore di ricerca, si sono rivolti al Garante.

Sembra, poi, che Google sia, almeno nella sostanza, un buon arbitro nel decidere quando un contenuto merita di essere cancellato dalla storia e quanto, invece, è giusto che ne continui a far parte.

La percentuale di casi – per la verità su un campione statisticamente assai poco rilevante – di casi nei quali il Garante ha ritenuto corretta la decisione assunta da Google è, infatti, nettamente superiore a quella nei quali, ha deciso in senso contrario, riconoscendo l’oblio a chi se l’era visto negare.

Guai, naturalmente, a trarre da questa conclusione aritmetica ed incontrovertibile quella ulteriore che sia giusto così: la circostanza che un soggetto privato si trovi a decidere dove finisce la privacy del singolo e dove inizia il diritto all’informazione ed alla storia della collettività è e rimane un’anomalia sul piano dei diritti fondamentali e su quello democratico.

E sotto tale profilo la circostanza che siano tanto pochi i cittadini ad approfittare dell’opportunità di chiedere al Garante di rivedere la decisione di Google, non fa che aggravare il problema, giacché, in questo modo, si consolida quella che è un’innegabile forma di privatizzazione di un’attività che dovrebbe, al contrario, essere appannaggio esclusivo di Giudici ed Autorità Garanti.

Certo viene il sospetto che se così in pochi vedendosi dare torto da Google, si rivolgono al Garante è, almeno in parte, anche perché, forse, si corre a chiedere l’oblio, sapendo di non meritarlo, nella speranza che nel mare magnum delle richieste ricevute ogni settimana da Google, si possa veder cancellato dalla memoria collettiva ciò che meriterebbe di restarci.

Un’ultima considerazione è per il dato che manca all’appello: quello dei contenuti che Google ha disindicizzato accogliendo le richieste degli interessati e che magari, invece, avrebbero meritato di restare online.

Nessuno, sin qui, sembra aver adito un giudice, chiedendo di ordinare a Google di restituire alla storia, ciò che né ha cancellato né, a ben vedere, sfortunatamente, sembrano sussistere i presupposti giuridici perché una domanda di questo genere possa essere proposta.

E questo è e rimane il più grande tallone di Achille dell’intera vicenda: il diritto all’informazione ed alla storia sono, probabilmente, oggi, più deboli del diritto all’oblio.