Ad appena una settimana dal punto di non ritorno, il Partito democratico romano aspetta di sciogliere un interrogativo. Che farà Ignazio Marino? Quesito che ne introduce subito un altro: come si regoleranno, di conseguenza, i 19 consiglieri comunali del Partito democratico? La scadenza è fissata per il 1° novembre, data entro la quale il sindaco di Roma potrà giocare l’ultima carta: confermare le dimissioni rassegnate l’8 ottobre e formalizzate il 12  o dare sfogo alla tentazione di affrontare la conta in consiglio comunale nonostante il rischio – praticamente una certezza – di essere sfiduciato. Da quando la storia è cominciata, a partire dalla data delle sue dimissioni, le posizioni assunte da Marino hanno seguito l’andamento ondivago di un sismografo alle prese con uno sciame sismico, tra alti e bassi, frenate e accenni di ripensamento, verifiche e tentativi di ricomposizione. Anche nella giornata di ieri, per dire, le voci si sono rincorse: soprattutto perché, accusa un consigliere del Partito democratico,“alimentate dalle fantasie e dalle strumentalizzazioni dei giornali”. Le ultime, per quello che risulta a ilfattoquotidiano.it  e stando alle parole consegnate a un paio di personaggi autorevoli dallo stesso “sindaco marziano”, darebbero “le dimissioni praticamente per confermate”.

PSICODRAMMA POLITICO  Una decisione che, se mantenuta, risolverebbe quasi tutti i problemi interni del Pd romano. Ormai in preda, nel clima di incertezza, a quello che rischia di diventare, come confessa un esponente dem capitolino, “un vero psicodramma politico”. Gli umori dei consiglieri del partito di Matteo Renzi ne risentono. Anche se a taccuini aperti, quasi tutti ostentano posizioni prudenti. Athos De Luca, per esempio, auspica “un dialogo per il bene della città e per evitare lo scontro”. Cauta anche la collega Giulia Tempesta: “Aspetto di capire quello che succede, qualora ci fosse il ritiro delle dimissioni se ne parlerà nel partito”. I mal di pancia nei confronti del sindaco vengono comunque da lontano. E Orlando Corsetti rilancia la necessità di voltare pagina: “Io sono critico nei confronti del mio sindaco da tempo. Credo che questa esperienza dovesse terminare prima di Mafia Capitale per la difficoltà oggettiva a governare questa città”. Ma l’esponente del Pd respinge le ipotesi di accordi sulla base di interessi personali circolata nelle ultime ore: ricandidatura assicurata per chi resta fedele alla linea del partito. “Matteo Orfini non ci ha intimato di rassegnare le dimissioni, né ha garantito la ricandidatura a tutti. Su questo tema ci sarà una riflessione solo quando sarà il momento”, aggiunge Corsetti. Che conclude: “Se Marino volesse andare in Aula per chiedere la fiducia, il Pd dovrebbe comunque dare una risposta chiara”. Un avvertimento rafforzato anche dall’assessore dimissionario ai Trasporti, Stefano Esposito: “Non so se si arriverà al voto in Consiglio, ma quel che è certo è che il gruppo del Pd è compatto nel non voler andare avanti con Marino”.

ANONIMO ROMANO Musica diversa, invece, a taccuini chiusi e quando i consiglieri parlano in libertà. Certo, anche in questo caso il trend che pare vedere il Pd ormai deciso a chiudere l’esperienza Marino sembra confermata. Ma, attenzione, le sorprese non mancano. Illustra bene gli umori della truppa democratica un altro esponente del Pd. Naaturalmente, sempre sotto anonimato. Secondo l’autorevole fonte, tra i colleghi seduti in Campidoglio c’è chi – e sarebbe la posizione maggioritaria, circa una decina degli eletti – “fedelissimo di Renzi è disposto ad eseguire gli ordini del capo sino in fondo, sfiduciando Marino o, addirittura, rassegnando le dimissioni. Naturalmente, in cambio della promessa della ricandidatura sicura”. Poi c’è chi (e sarebbero altri 4 o 5 consiglieri), “imbevuto di disciplina di partito si piegherebbe comunque alle indicazioni del Nazareno, senza porre condizioni né chiedere contropartite”. E ci sarebbero infine gli altri (sempre 4 o 5), che “all’interno del gruppo del Partito democratico conservano posizioni più autonome rispetto a quella ufficiale. Anche costoro, per carità, al pari dei colleghi non hanno dubbi sul fatto che l’esperienza del sindaco Marino sia ormai giunta al termine. Ma, attenzione, in questo caso chiedono che sulla vicenda si apra comunque una riflessione profonda. La consiliatura non si può infatti liquidare per una semplice questione di scontrini. C’è un problema politico più profondo, riguarda il Pd e quello che il partito è diventato”. Perciò, chiedono costoro, “non si scarichi sulle nostre spalle la questione dei rapporti tra Marino e il Partito democratico. Si conceda al sindaco l’onore delle armi e si apra una pagina nuova”. Onore delle armi? “Ma certo: dimissioni in cambio del riconoscimento al sindaco della bontà delle sue politiche al Campidoglio e, magari, anche di qualche garanzia per il suo futuro politico

VARIABILI INCONTROLLATE  Questo lo spaccato interno: diffusi mal di pancia, ma sostanziale concordia nel mettere una croce sopra all’esperienza Marino. Con una eccezione, però, un’autentica sorpresa: quella certificata da un consigliere dem di stretta osservanza renziana che, a ilfattoquotidiano.it confessa senza remore di essere pronto a votare ancora la fiducia al primo cittadino. Per di più descrivendo uno scenario interno al partito molto meno tranquillizzante di quello delineato dall’altro consigliere. “Marino non ci porterà fino a questo punto, ne sono sicuro. Ma se lo facesse avrei un grosso problema a votare contro il sindaco del mio partito”, dice l’esponente dem dietro la solita garanzia dell’anonimato. Aggiungendo: “In questi giorni facciamo solo riunioni e cene con i colleghi, e in privato sono in molti a sostenere di pensarla come me. Non solo per la paura di perdere la carica, ma perché tutti avremmo remore a votare come Movimento 5 stelle, Lista Marchini, Noi con Salvini, Forza Italia e soprattutto Fratelli d’Italia”. Quanti sarebbero effettivamente questi consiglieri potenzialmente predisposti a una rottura non è facile capirlo. Quel che è certo la loro comparsa sulla scena potrebbe mettere a dura prova lo sforzo del commissario Orfini di chiudere definitivamente l’esperienza Marino.
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