Da Trapani a Milano. Dalle tonnare di San Vito Lo Capo gestite con la benedizione di Bernardo Provenzano all’ufficio di uno “dei tre uomini più potenti d’Italia”: Fabrizio Palenzona. Passando per i ministeri romani nei quali, grazie all’intervento di politici amici, come Antonio D’Alì, dirigenti ben consigliati patrocinano imprenditori legati a Cosa Nostra. Nelle oltre ottomila pagine di atti depositati dalla Procura di Firenze in vista del riesame di lunedì è ricostruita l’ascesa di Andrea Bulgarella, imprenditore trapanese trapiantato a Pisa e ritenuto fiancheggiatore di Matteo Messina Denaro. Lo stesso Messina Denaro che, secondo un pentito di mafia, “raccomandò di far lavorare Bulgarella”.

Gli inquirenti fiorentini ricostruiscono attraverso un lavoro approfondito e accurato la storia dei Bulgarella, una famiglia che nel 1907 si dedica all’imprenditoria e cresce grazie ai rapporti con Cosa Nostra. Lo stesso Bulgarella, intercettato, dice della sua vita: “Dovrei scrivere un libro”. L’ultimo capitolo, il più recente, sarebbe quello dei rapporti con Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit oltre a svariati incarichi. Un rapporto mai diretto, mediato da persone di fiducia: per Bulgarella il suo socio Federico Tumbiolo e l’amico Giuseppe Sereni, per Palenzona la sua ombra, Roberto Mercuri.

Cena con Palenzona: “Bevuto come turchi”
La fotografia di questo connubio i carabinieri del Ros che hanno svolto le complesse indagini la scattano il 18 agosto 2014 a Rapallo dove Palenzona e Mercuri hanno due case al mare. Nella villa di Mercuri, dopo una serie di incontri e contatti avviati da Bulgarella – secondo l’accusa per riuscire a ottenere l’impossibile ristrutturazione del debito – si accomodano a tavola i proprietari, Palenzona e consorte, Tuniolo e Sereni. Una cena che si conclude alle tre. Il resoconto della serata lo fornisce Tuniolo alla moglie, Cecilia Perri, alle 3.13. “Serata spettacolare, c’era il presidente”. Dopo aver confessato di aver bevuto troppo (“hanno aperto 12 bottiglie, pure un Dom Perignon del ’74”) inscena un entusiasta monologo: “Una serata imbarazzante, a parte che c’ha una casa… ma poi insomma il presidente dell’Unicredit, mi tremavano le gambe, una delle tre persone più influenti e più potenti d’Italia”. Tira il fiato e riparte. “M’hanno messo un po’ nel mezzo, il presidente nasce come camionista…– mi hanno fatto bere come un turco, mangiato come un cinghiale… speriamo che sia produttiva”. Alle 4.27 manda un sms al socio Bulgarella: “La cena è andata benissimo”. Il mattino dopo parlando con la moglie racconta che Palenzona e altri hanno dato vita al “club amici suoi di Pisa: li conosce tutti, comandano l’Italia”. Bulgarella a Pisa è arrivato a fine anni Novanta. “Decise di lasciare i lavori pubblici perché c’era troppo controllo dei magistrati e buttarsi sul privato spostandosi in Toscana”, racconta uno dei pentiti di mafia più rilevanti: Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”. Siino ai pm dice di aver conosciuto Bulgarella e soprattutto di aver ricevuto indicazioni da “Messina Denaro che l’ha raccomandato per la questione della fornitura di cemento”. Siino non è il solo a parlare di Bulgarella. Ne parla anche Giovanni Brusca. E spunta anche il contenzioso sulla tonnara di San Vito Lo Capo a cui era interessato anche Provenzano poi ci pensò Bulgarella che “aveva anche costruito un residence nella zona e un’altra tonnara bellissima”. A seguire gli interessi in zona è il cognato, Giuseppe Poma, ex presidente della Provincia di Trapani, che sul territorio usa a sua volta Livio Daidone, segretario Udc legato a D’Alì tanto da ottenere la garanzia della nomina ad assessore del cugino Franco Briale.

I rapporti con Alfano e il politico trapanese
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti Daidone tiene rapporti anche con Angelino Alfano, Renato Schifani e altri. Ma il politico di riferimento è D’Alì. Il senatore viene anche intercettato mentre parla con Bulgarella. I loro rapporti risalgono a molti anni fa. Nel 2001 un consorzio composto da vari imprenditori vicini a Cosa Nostra e guidato da Poma chiese un patrocinio al ministero: soldi. Lo ricorda a verbale il vicepresidente del consorzio, Antonino Birrittella, poi arrestato per mafia. “Eravamo al ministero pronti a firmare ma ci fu detto che erano sorti problemi con la certificazione antimafia in relazione a qualcuno degli associati (…) tra cui Bulgarella. A quel punto, insieme al Poma, abbiamo deciso di fare intervenire il senatore D’Alì e con il suo intervento ogni ostacolo fu superato”. I capitoli del libro di Bulgarella sono ancora molti. Anche il suo legale, Giulia Padovani, parla di “romanzo” ma “scritto dai magistrati”, dice. “Gli atti depositati confermano che il provvedimento è fondato sul nulla. Non vi è infatti un solo elemento che assuma la benché minima rilevanza penale. Tuttavia, tale periclitante ipotesi accusatoria incide come la lama di un coltello sulla dignità e sulla storia personale del mio assistito”. Bulgarella “non ha mai avuto rapporti con mafiosi”. Come “non ha mai conosciuto Palenzona” , aggiunge l’avvocato, ricordando che i rapporti con Unicredit “erano piuttosto tesi a causa di un contenzioso ancora non risolto”. Lunedì 26 il riesame.

Da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre 2015