Via Stilicone 19, Milano: quattro piani di stupore, duemila metri quadrati, ricavati da un’ex fabbrica di valvole che hanno trasformato una zona plumbea e anonima alle spalle del cimitero monumentale in un quartiere neo-bohemien. E’ casa e bottega di Lia Rumma, in confronto la White Cube, tra le gallerie più up to date di Londra, sembra una cosarella.

Rimarchevole, sapiente, Lia, gallerista ante litteram, nel senso che lo è diventata quando avere una galleria non era di moda. Anzi il suo è stato un percorso all’inverso: prima collezionista, poi curatrice di Arte Povera negli anni della contestazione giovanile. Oggi nella sua scuderia di artisti si contano Vanessa Beecroft, Michelangelo Pistoletto e Anselm Kiefer. E’ l’unica gallerista al mondo omaggiata proprio da Kiefer con una personale a lei dedicata.

Donna minuta nel fisico ma dalle intuizioni lungimiranti che solo un’amministrazione comunale miope  ha impedito che trasformasse il Mercato Ittico napoletano in una Kunsthalle. Ma Napoli rimane la terra delle sue radici e, a Palazzo Donn’Anna, meraviglioso edificio seicentesco di tufo spalancato sul golfo (regalo del vicerè a sua moglie Anna Caràfa) Lia ha voluto la sua home gallery. 

A Milano Lia ha appena inaugurato la mostra fotografica di Tobias Zielony, artista del disagio delle periferie urbane, dell’isolamento sociale. Lavora senza photoshop, ogni scatto nella sua crudezza è un pugno nello stomaco. Nell’attico, un cubo di vetro e cemento (progettato dai ganzissimi CLS architetti), Lia apparecchia il selettivo post vernice per gli amici,  bufaline di mozzarella e chiacchiere con Romeo Gigli, stilista concettuale e contro/corrente, tra i più “liberi” del fashion system.

Intanto l’archivista di Lia, napoletano come lei, Francesco Tramontano, dopo 20 anni di catalogazioni ha scoperto che alle pile di carte preferiva i fornelli. Da quattro anni è lo chef personale del “vegano” Kiefer ma, quando Lia chiama, lui arriva.  Cucina verace, pasta e ceci, tubetti con piselli, Lia serve. Mio vicino di tavolo è Lucio Nigro, top-top manager della Kiton, che mi racconta con orgoglio partenopeo di come l’azienda difenda il made in Naples, 400 sarti della vecchia scuola partenopea, e adesso pure un corso biennale di Alta Sartoria con studenti che vengono da ogni dove. Precisa Lucio: “E’ il nostro fiore all’occhiello e senza neanche un soldo di finanziamento della Regione”. Prodigio del suo fondatore Ciro Paone, 84 anni, tutti i giorni ai posti di comando. D’altra parte si sa che arte ed eleganza, tra i napoletani, sono di casa. I greci della Neapolis passeggiavano fra le colonne dei loro templi indossando il kitone, l’abito più elegante dell’antichità. Quello che oggi direbbero, una sciammeria.

Il vaso di Pandora pieno di buoni progetti. La beneficenza, come l’arte d’altronde, non può cambiare il mondo, ma può renderlo un posto migliore. E’ la massima di Margherita Sigillò, donna che comunica a 360 gradi. E da quest’anno Pandora, multinazionale del gioiello pret-à-porter, quotata in Borsa con 9600 punti vendita nel mondo e fatturato svettante verso 1,6 miliardi di euro, ha virato verso l’impegno sociale. Con “Donne per il Domani”, prima edizione, ha deciso di puntare non più su volti noti di attrici e personaggi dello spettacolo, ma su donne apparentemente comuni ma straordinarie nel loro volontariato quotidiano. Premiate Maria Grazia Passeri, presidente dell’Associazione Salvabebè, Caterina Musella per il sostegno ai familiari di pazienti affetti da Alzhaimer e Stefania Fadda, che si occupa con una tale grazia di bambini sordociechi come fossero figli suoi. Cuori di petali di rosa, cuori di cioccolata fondant serviti nello spazio dell’antica Fonderia napoleonica e storie esemplari da far sciogliere il cuore di chi ascolta e chiedersi: “E io cosa faccio per i meno fortunati?”.
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