Tra i 20 finalisti del primo Premio letterario giornalistico “Piersanti Mattarella” dedicato alla resistenza civile, annunciati qualche giorno fa nella sala rossa del Teatro Politeama di Palermo, c’è una calabrese. Giulia Veltri, 36 anni, studi in giurisprudenza e una passione per il giornalismo tramutatasi in pratica di lavoro. È stata scelta su 267 partecipanti nella sezione articoli giornalistici, per una narrazione che sa d’inchiesta su una storia calabrese assai singolare: “Desaparecidos per la libertà”, uscita sulle pagine del Quotidiano del Sud.

Una ricostruzione forte ma veritiera, una storia d’emigrazione e repressione delle libertà tramutatasi in eccidio. A parlare con Giulia, temperamento apparentemente mite, timida ma dotata di quella forza che solo le donne del sud sanno sprizzare, scopri che la scintilla di curiosità iniziale le è scoccata dalla lettura d’un libro di Enrico Calamai, viceconsole all’epoca di Videla, dagli scritti di Massimo Carlotto dedicati alle madri e alle nonne di Plaza de Mayo e dalle frequentazioni con l’associazione 24 marzo che storicamente si muove in difesa dei diritti negati durante la dittatura argentina, che le ha messo a disposizione archivi da cui è riuscita a far emergere 30 casi. Perché tanti furono i calabresi dissidenti divenuti invisibili, a partire da Angela Maria Aieta: una donna che veniva dal mare, dal Tirreno di Fuscaldo, restituita narcotizzata all’Oceano Atlantico in uno di quei voli della morte che avvenivano il mercoledì. Non era una studentessa come i più ma una mamma: aveva 56 anni quando fu sequestrata, era un’attivista che denunciava i crimini della dittatura ma era soprattutto la madre di Dante Gullo, all’epoca leader della gioventù peronista oggi deputato, e in Argentina è martire per la libertà. Dopo questo articolo, che è valsa la nomination al Mattarella, Giulia non si è fermata, s’è appassionata ed è andata avanti, quasi che fosse un dovere etico/civico di restituzione della memoria.

Foto: Francesco Mollo
Foto: Francesco Mollo

Nasce così l’intervista a Maria Bellizzi, 90 anni, testimone nel processo Condor contro Massera (che unifica tutte le vittime italiane, in cui qualche anno fa Regione Calabria e Provincia di Cosenza si sono costituite parte civile), originaria della comunità arbëreshe di San Basile sul Pollino, una vita vissuta a Montevideo, che ha perso un figlio: Andrés Umberto Bellizzi, sequestrato in Argentina a 25 anni, pubblicitario di professione e sindacalista di cui non s’è più saputo nulla. Non ci sono notizie certe ma a differenza dei tanti condotti all’Esma (la Scuola di meccanica dell’esercito usata come campo clandestino di tortura e detenzione a Buenos Aires, dove è stata occultata un’intera generazione) probabilmente fu portato in un altro centro di detenzione: il Club atletico, realizzato nei sottosuoli d’un edificio della polizia federale.

Foto: Francesco Mollo
Foto: Francesco Mollo

Nasce così l’intervista ad Enrico Calamai in cui emerge il ruolo di Filippo Di Benedetto, originario di Saracena ma emigrato in Argentina dove fu responsabile dell’Inca Cgil e durante la dittatura referente del Pci. Insieme a Calamai (che da lì vedrà compromessa la sua carriera diplomatica e sarà richiamato in Italia) e a Giangiacomo Foà, all’epoca corrispondente del Corriere della sera, in un contesto di repressione ma anche di connivenza internazionale (Presidente del consiglio era Andreotti) organizzerà in clandestinità una catena di salvataggio che vale la libertà di 300/500 persone, fatte rifugiare in consolato e segretamente espatriate verso l’Italia.

Storie singolari di resilienza. Storie d’identità perdute d’una comunità: quella di tanti calabresi emigrati, che racconta di quando i migranti eravamo noi, i quali a bordo di navi hanno raggiunto l’Argentina, che per loro era la “Merica”. E cifre dolorose: dal 1876 al 1978 450.000 almeno, 90 mila dalla fine degli anni 20 in poi, un esodo avvenuto soprattutto dalla provincia di Cosenza. E oggi la comunità italiana in Argentina, da Buenos Aires alla Patagonia, è tra le più significative.

Aspettando il 15 novembre e l’assegnazione del Premio Mattarella seppure, al di là dell’esito, a Giulia va il merito d’aver restituito un pezzo di memoria positiva. Frattanto sarebbe un bel segnale se la Regione Calabria si riappropriasse di queste storie reali di resistenza e libertà. E le rendesse emblematiche della Calabria del cambiamento. Che a dirla con un aforisma di Gaudì “l’originalità consiste nel tornare alle origini”.