I luoghi comuni, le false convinzioni, sono duri a morire e affollano, specie in Italia, il mondo della musica. Inutile ora tentare di individuare le possibili cause di una siffatta situazione, che invero abbiamo già ricercato altrove (qui, qui e qui). Quello che conta adesso è tentare la sia pur minima bonifica di alcune aree attualmente interessate dal malsano vento della mistificazione, quelle zone nelle quali il luogo comune domina sovrano. La regina delle false convinzioni, da tentare di estirpare non senza una certa determinazione, è quella venuta a galla, ma a dire il vero dalla lunga e duratura tradizione, grazie ai commenti, piovuti qua e là, intorno al post/recensione sull’ultimo singolo di Franco Battiato, Le nostre anime. “Non so quanti settantenni sanno ancora emozionare come Franco” recita uno, “Vista l’età e la produzione copiosa è ancora bello arzillo” afferma un altro, “Il Maestro ha 70 anni, non è che ci si possa aspettare (più) grossissime novità nella sua produzione musicale” aggiunge un terzo, e le citazioni potrebbero continuare ancora a lungo.

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È ovvio che il caso dell’ultimo singolo di Battiato fornisce solo un puro pretesto per addentrarsi in uno dei luoghi comuni più diffusi in un paese musicalmente analfabeta come l’Italia, e a proposito del quale occorre subito dire, senza alcuna esitazione, che il fattore anagrafico, nella carriera di un vero musicista, non ha nulla a che vedere con le sue capacità creative o compositive. Non esiste infatti un solo grande musicista (di quelli cioè che la musica l’hanno sudata studiandola per un’intera vita) la cui musica sia stata scalfita dall’avanzare dell’età, ma anzi tutti i più grandi, se grandi sono davvero, hanno continuato a dare il meglio di sé fino al culminare dei loro giorni.

I casi sono tanti, ma passiamone in rassegna alcuni tra i più noti. Sembra quasi inutile citare il caso di Mozart, che appena due mesi prima di passare a miglior vita finiva di comporre, tra gli altri, un capolavoro come Il flauto magico, mentre proprio nelle ultime ore di vita, dilaniato dalla malattia, tentava di portare a compimento il suo meraviglioso Requiem. Ancora più inutile parrebbe (ma solo apparentemente) scomodare musicisti come Beethoven, che negli ultimi anni di vita, tra sordità e problemi di vario genere, dava vita a opere come la Nona Sinfonia, l’immensa Missa Solemnis e il Quartetto per archi in Fa maggiore op. 135, e ancora Verdi, che appena tre anni prima di passare a miglior vita scriveva il suo Stabat Mater, mentre giusto qualche anno addietro aveva messo in scena il suo capolavoro buffo, il Falstaff, o infine Giacomo Puccini, che lasciava incompiuta l’opera con la quale vide la luce una tra le più celebri romanze per tenore di ogni tempo: l’opera era la Turandot e l’aria in questione Nessun dorma.

Fatta questa debita premessa lirico-sinfonica, andiamo ora a musicisti più recenti. Che dire di Ennio Morricone, che continua imperterrito a scrivere musica di grande qualità, per film di altissimo livello, indipendentemente dai suoi 86 anni? Per non parlare invece di Frank Zappa, prolificissimo autore, di indiscutibile qualità, fino alla sua seppur prematura dipartita. Senza sottacere poi personaggi come Luciano Berio, Philippe Glass, Steve Reich, John Cage, Sylvano Bussotti, Karlheinz Stockhausen e tantissimi, troppi altri che, con la loro vita e le loro opere, insegnano, chi da vivo e chi non più, che genio e creatività, se supportati da una piena padronanza del mestiere, dallo studio e dal continuo allenamento, non possono in alcun modo dipendere dal fattore anagrafico.

Un luogo comune, questo, che investe soprattutto i fruitori, in modo esclusivo, di generi come rock, pop e sottocategorie varie (pubblico spesso non in possesso dei giusti riferimenti comparativi), quasi si desse per scontato che il far musica dipenda non dalla costanza nello studio sostenuta da un notevole spirito di abnegazione, ma in linea del tutto esclusiva da una questione di mera ispirazione. A proposito Luciano Berio affermava che “L’ispirazione è un muscolo che va allenato ogni giorno”, per cui non si scappa: un compositore è reale quando né la vecchiaia né altro riescono a scalfire il suo estro creativo.

Tornando infine a Battiato, senza inutili e fuorvianti paragoni con nessuno dei summenzionati, se di grande musicista trattasi, cosa che il sottoscritto da tempo fermamente crede, saprà, come qualsiasi altro vero e grande autore, continuare a dare il meglio di sé come fino a tempi recenti ha saputo fare. Del resto, fu proprio Karlheinz Stockhausen che, intorno alla metà degli anni Settanta, rivolgendosi al nostro gli disse: “Cosa farai verso i quarant’anni se non studi seriamente la musica?”.