Quando parliamo di “filiera musicale” non ci riferiamo soltanto a major, artisti, booking, agenzie stampa e organizzatori di eventi, ma possiamo e dobbiamo parlare anche di startup. A questo proposito Medimex, il Salone dell’innovazione musicale in programma a Bari dal 29 al 31 ottobre, per il secondo anno torna a occuparsi di imprenditoria innovativa con “Music Up”. L’iniziativa di quest’edizione coinvolgerà trenta giovani, in gran parte studenti delle scuole superiori, ad una tre giorni di formazione che porterà alla nascita di un progetto d’impresa, il tutto attraverso l’ascolto della musica. Mario Citelli, di Unioncamere Puglia, sarà presente in tutte le fasi di questo percorso. In qualità di scout di lungo corso di nuovi talenti imprenditoriali nonché operatore esperto di matching fra investitori e nuove iniziative, gli abbiamo rivolto qualche domanda su questa iniziativa e sul mondo delle startup in Italia.

Perché in questa edizione di “Music Up” avete scelto di puntare sugli studenti delle scuole superiori?
Esiste il problema di solleticare la cultura d’impresa. Su questo versante c’è sicuramente un buco nella formazione dei ragazzi delle scuole superiori. Come Camera di Commercio e sistema camerale ci stiamo dedicando da un po’ a cercare di capire come realizzare questo processo. Quest’anno proviamo ad entrare nel discorso innovazione e avvio d’impresa attraverso il viatico della musica.

L’anno scorso a “Music Up” si è svolta una maratona tra team che hanno proposto progetti legati alla fruizione musicale. Come è proseguita l’attività dei due team vincitori?
Non c’è stata una vera trasformazione di quei progetti in imprese. Alcuni sono confluiti in altri progetti d’impresa più strutturati. Il capire se quel tipo di esperienza, che quest’anno non ripeteremo, sia la più corretta – perché si passi da una generica cultura d’impresa a dei progetti -, è qualcosa su cui stiamo lavorando. Un punto è fare formazione, e un altro punto è fare in modo che questi progetti diventino vere imprese.

Impresa e startup: secondo lei questi due mondi in Italia hanno un dialogo?
Poco. Anche questo è un margine su cui poter migliorare. Ci sono delle linee di intervento dell’Unione Europea per cercare di trasferire le innovazioni alle imprese tradizionali, anche passando attraverso l’esperienza di startup. Anche noi in Puglia stiamo facendo questo. Esistono diversi programmi di matching tra ragazzi e aziende, e stiamo cercando di migliorare i risultati.

Venture capital e accesso al credito sono due note dolenti del mercato italiano. Rischiamo di rimanere fanalino di coda?
Certamente. Tra le cose più rilevanti che ci mancano è un sano ecosistema che porti i progetti a fasi più strutturate e quindi avere accesso ad investimenti. Noi abbiamo in tutta Italia un assetto del venture capital molto ridotto rispetto agli altri paesi europei – non parliamo poi degli Stati Uniti e della Silicon Valley. Su questo ci sono delle riflessioni in corso, anche con Regione Puglia, in termini di meccanismi di attrattività d’investitori.

Da un osservatorio come la Camera di Commercio, qual è lo stato dell’arte delle startup, in particolare quelle del Mezzogiorno?
Il sistema dei ragazzi cresce. Camera di Commercio guarda ogni anno circa un centinaio di progetti, e quelli dell’ultimo anno sono migliori di quelli degli anni precedenti. Molti dei team pugliesi si sono lanciati a livello nazionale e internazionale, e risolvono il problema di accesso al credito andandosene. Una delle cose che capitano è che noi sosteniamo, formiamo, costruiamo, e i nostri ragazzi – che sono bravi – vanno a cercarsi i fondi per andare avanti in altri paesi europei o negli Stati Uniti.