Se ne parla ancora al condizionale, nonostante sia passata oltre una settimana dall’approvazione in Consiglio dei ministri (Cdm). Una vicenda che sta assumendo le sembianze di un giallo. Eppure stiamo parlando di una legge fondamentale. Quella che regola tutte le attività dello Stato. Un provvedimento che rischia di essere addirittura “fuorilegge”. Solo fra stasera e domani, infatti, la legge di Stabilità 2016 sbarcherà al Senato. Forse. Anche se nei giorni scorsi il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ne aveva annunciato l’arrivo entro mercoledì. Ma a Palazzo Madama nessuno l’ha vista né tantomeno letta. Così come al Quirinale, dove è arrivata solo questa mattina. Non è un caso, come si racconta in queste ore, che Sergio Mattarella non avrebbe per nulla gradito il modus operandi del premier e del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: un continuo inseguire e smentire le indiscrezioni di stampa senza fornire per tempo al Colle una versione definitiva del provvedimento. Solo tante slide, tweet e proteste delle opposizioni. Anche, ovviamente, per i contenuti del provvedimento. “È una manovra berlusconiana sia per quanto riguarda il taglio elettorale sia per ciò che concerne l’impatto sociale”, attacca l’ex viceministro dell’Economia, Stefano Fassina. “Renzi continua a fare solo proclami mentre non vengono scongiurati i tagli alla sanità e agli enti locali”, dice sulla stessa lunghezza d’onda la capogruppo del Movimento 5 Stelle in commissione Bilancio alla Camera, Laura Castelli.

PARLAMENTO SVILITO Ma come si è arrivati a questo punto? E quali conseguenze potrebbero avere questi ritardi? Secondo le regole, che pure non prevedono sanzioni, la manovra finanziaria dovrebbe essere presentata in Parlamento entro il 15 ottobre di ogni anno. Ma per lo Stato le scadenze hanno sempre le maglie larghe: la prassi condivisa dalla maggioranza dei governi, infatti, è quella di rimandare la presentazione per giorni dopo l’approvazione del ddl in Consiglio dei ministri. Almeno così è avvenuto negli ultimi 5 anni e il governo Renzi non si è sottratto alle consuetudini. Quando giovedì scorso il premier ha presentato il provvedimento a Palazzo Chigi con 30 tweet, conditi dall’hashtag #italiacolsegnopiù, a molti è venuto il dubbio che un testo definitivo non ci fosse. E così è stato. Eppure, nonostante i tecnici di Palazzo Chigi ci tengano a ricordare che le scadenze sono “ordinatorie e non perentorie”, il rispetto dei tempi non è una questione secondaria. Infatti più tardi il testo definitivo viene messo a punto e meno giorni il Parlamento ha a disposizione per poter esaminare e correggere il disegno di legge, che va approvato entro la fine dell’anno. C’è poi, come detto, la questione relativa al Quirinale. Il testo andrebbe approvato in tempi utili anche per dare modo agli uffici del Colle di procedere con l’istruttoria, che generalmente richiede non meno di due giorni. Fonti di governo riferiscono a ilfattoquotidiano.it che però il testo è stato già visionato dagli uffici in via informale e in parti separate, in modo da accelerare l’iter. Ma non nella sua interezza. Creando quindi problemi di non poco conto.

DELEGA IN BIANCO Non solo. Un’altra questione, altrettanto importante, riguarda i contenuti. Malgrado la riforma del 2010 abbia chiuso la stagione di quella che veniva chiamata “legge Finanziaria”, e che negli intenti avrebbe dovuto trasformare il provvedimento in un testo solo ‘tabellare’, la legge di Stabilità così come la conosciamo oggi è un mare magnum di norme chiave per la politica fiscale ed economica. Nel Cdm del 15 ottobre, però, le norme definitive non si sono proprio viste. I ministri, infatti, hanno approvato un testo parziale, un patchwork di norme (la prima bozza contava 74 articoli) scritte dai vari ministeri e assemblate dal Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi (Dagl). Ma di definitivo non c’era nulla. Con l’ultima bozza, la terza in una settimana, gli articoli sono stati ridotti a 52, ma potrebbero nuovamente cambiare con la versione finale. Molte misure sono state accorpate, altre sono saltate. Per non parlare delle coperture finanziarie che ancora ‘ballano’. Insomma: il Consiglio dei ministri di giovedì scorso ha dato una specie di delega il bianco sulle norme definitive. Con risultati noti ai più. Qualche esempio? È stato Matteo Renzi, in settimana, a fare dietrofront sulla cancellazione della Tasi per ville e castelli. Misura che è stata infatti ritoccata nell’ultima versione della Stabilità. Con una sorpresa: i loro possessori, sembra, avranno comunque uno sconto, in media, di 200 euro all’anno. Che dire poi della norma sul taglio dei premi ai dirigenti pubblici? È saltata con il passare dei giorni dopo aver scatenato le proteste della ragioneria dello Stato. Sempre sul pubblico impego è stato stretto il turn over al 25% per le nuove assunzioni (nelle precedenti bozze era stato fissato al 60%) ed è stata abbassata e alzata più volte l’asticella delle risorse da destinare allo sblocco dei contratti: prima 300 milioni, poi 200 e alla fine di nuovo 300. Non basta. Correzioni consistenti sono arrivare sul fronte delle slot machine: rispetto alla prima versione i punti gioco saranno ridotti da 22 mila a 15 mila, ma nel frattempo – bozza dopo bozza – sono cresciute le concessioni per i giochi online (da 80 a 120). Introdotti e poi modificati i vari ‘bonus’ (eco e mobili). Eliminata, infine, la multa di 500 euro per chi non pagherà il canone Rai. Alcune misure, però, non sono cambiate: il premier ha rivendicato l’abbattimento della Tasi sulle prime case e, nonostante le polemiche, l’innalzamento della soglia per l’uso del contante da mille a tremila euro (anche se nel 2012, nel pieno della campagna per le primarie del Pd, ne chiedeva un abbassamento a 500 euro). “Sul nuovo limite ai pagamenti siamo pronti a mettere anche la fiducia”, ha tuonato Renzi. Peccato che la vera notizia, quando si parla di legge di Stabilità, sarebbe quella di non chiedere la fiducia alle Camere.

OPPOSIZIONI ALL’ATTACCO Un provvedimento, questo, che non piace per niente alle opposizioni. “È sbagliata l’impostazione macroeconomica perché non è una finanziaria espansiva”, dice a ilfattoquotidiano.it il deputato Stefano Fassina, che il 24 giugno ha lasciato il Pd in rotta con la linea-Renzi: “Il governo avrebbe dovuto finanziare le piccole opere dei Comuni e dare vita ad un piano per la mobilità sostenibile, invece ciò non è avvenuto”. Ma non solo: “Per quanto riguarda la tassa sulla casa – aggiunge – va ricordato che il 10% dei contribuenti più ricchi che pagano la Tasi versa il 37% del gettito totale”. Quindi, secondo Fassina, “il premier e Padoan avrebbero potuto toglierla al restante 90% dei cittadini continuando a farla corrispondere a chi ha di più: parliamo di un miliardo e mezzo di euro da reinvestire nella lotta alla povertà, un punto sul quale, invece, le risorse impegnate sono esigue”. Nessuno sconto anche sull’innalzamento del limite del contante a tremila euro (“un pessimo segnale per la lotta all’evasione”) e sui tagli alla sanità: “Stiamo scivolando progressivamente verso un sistema di censo, nel quale solo chi è più ricco potrà permettersi le cure”. Nei giorni scorsi, su posizioni simili, si era espresso anche il ‘bersaniano’ Alfredo D’Attorre, prossimo, secondo i rumors di Palazzo, a lasciare il Pd. “Questa legge di stabilità è incompatibile con il programma con il quale siamo stati eletti – aveva detto –. Senza correzioni non la voto” e “sono pronto ad affrontare le conseguenze politiche della mia scelta”.

TUTTI CONTRO Anche i grillini vanno all’attacco della manovra che, dice Laura Castelli, “avrà conseguenze negative per i cittadini soprattutto sul fronte sanitario, nuovamente colpito da un taglio di spesa di 2 miliardi”. Senza dimenticare “quello ai comuni: con questo finto federalismo – aggiunge la deputata del M5S – lo Stato restituisce ad alcuni amministrazioni meno della metà di ciò che spetta loro in base alle tasse versate. Un fatto inaccettabile”. Per quanto riguarda le imposte sulla prima casa, invece, la posizione è chiara: “Siamo d’accordo con la loro abolizione, ma va tassato in modo proporzionale tutto il resto, come peraltro dice la Costituzione. Mi sembra che con i suoi proclami il governo voglia spaccare la società civile”. Infine, sul fronte delle polemiche sull’innalzamento della soglia per l’uso del contante, “aspettiamo la relazione tecnica della legge di stabilità – conclude Castelli – per capire il motivo per il quale è stata pensata questa norma. Al momento è solo propaganda per gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Un brutto segnale”.  Soprattutto se si considera il ritardo con il quale il governo la sta mettendo a punto.

di Celeste Antinucci e Giorgio Velardi