bugo“È un viaggio a sei tracce in progressione”, afferma Bugo, alias Christian Bugatti, parlando di Arrivano i nostri, l’Ep uscito il 23 ottobre per la Carosello Records dopo quattro anni di silenzio. Considerato il Caronte della nuova scena cantautorale italiana, “Fantautore” capace di traghettare la canzone impegnata degli anni 70 verso un cantautorato disilluso degli anni 2000, “le esperienze che ho raccolto strada facendo – racconta – sono entrate nelle mie canzoni ed è ovvio che ci sia stata un’evoluzione nella mia persona oltreché nella mia musica”. E questo Ep rappresenta idealmente un traguardo e un nuovo inizio per un artista che procede veloce e non ha alcuna intenzione di fermarsi. Concetto ribadito in Arrivano i nostri, composto da sei brani dal sound ricercato e dagli echi anni 80. Ed è solo un assaggio di quel che verrà: “Nessuna dinamica mi obbliga a uscire con un vero e proprio album”, dice.

Bugo, quanto ti senti cambiato dai tempi in cui ti facesti conoscere con il brano Io mi rompo i coglioni del 2002?
È difficile rispondere a una domanda così, starei a parlare per quattro ore… L’età influisce, ora ho 42 anni, e le esperienze che ho raccolto strada facendo sono entrate anche nelle mie canzoni. È ovvio che c’è stata una evoluzione nella musica e nella mia persona, sono sempre avanti, esposto sempre verso il futuro, non mi guardo mai indietro e non rifarei mai un disco come Dal lofai al cisei, sono cresciuto ma chiaramente ci sono cose che rimangono ancora come la voglia di fare, un grande entusiasmo e sempre un lato selvaggio preponderante, forse un po’ troppo. Si cresce e si rimane anche un po’ uguali.

Dici che non ti guardi mai dietro, però il nuovo Ep suona molto anni Ottanta…
Beh, non guardo indietro alla mia carriera, ma alla storia della musica sì. I nuovi pezzi hanno alcuni elementi degli anni 80, e questa è una scelta inedita per me. Le chitarre però sono super 2015, registrate in un modo molto contemporaneo, con l’utilizzo di computer e delle tecnologie a disposizione. Comunque, non mi interessa fare musica anni 80, mi interessa fare un rock dei nostri giorni con qualche influenza della storia della musica.

Se non usassi parole come “stalking” che si usa oggi, non troverei molte differenze con i tempi passati…
Beh sai, io sono del ’73, è tutta musica che ho assorbito quando ero piccolo, negli anni 80, è naturale. Quando vai a registrare ti metti in un’ottica produttiva di un certo tipo, aperto a ogni possibilità. Fra gli elementi che ho scelto, qualcuno è degli anni 80, qualcun altro è dei nostri giorni. Non torno volutamente o marcatamente con un disco anni 80. Forse col brano Vado ma non so ti do ragione. Però gli altri pezzi non sembrano per nulla quelle cose lì.

Hai intitolato il nuovo Ep Arrivano i nostri. Ma chi sono i nostri?
Arrivano i nostri perché è il pezzo più importante dell’Ep. I nostri sono quelli che non vogliono sottostare a certe dinamiche che la vita ci impone tutti i giorni, sono quelli che vogliono avere la loro visione, che vogliono essere sbagliati e originali al tempo stesso, che non vogliono essere omologati, che vogliono dire la loro e continuare a sperare. I nostri siamo noi, anche tu. Quelli che non vogliono farsi prendere, che non accettano le cose come vanno. Le persone che hanno da dire la loro sono tante, e parlo a livello di libertà dell’essere umano. Io lancio il mio messaggio, lo filtro per quelli che la pensano come me. E quelli che la pensano come me sono tanti, che si discostano dal pensiero comune imposto dal potere. Poi, certo, i compromessi esistono nella vita, non siamo mica dei cani sciolti. È un desiderio di non essere presi, ma in fondo non si è mai felici di fuggire, e a volte ci si sente soli.

Sono passati quattro anni dal tuo ultimo disco: come mai hai optato per un Ep?
Per me non ci sono regole nella musica, un Ep non lo considero certamente una cosa minore. Per me equivale a dire “calma, intanto ascoltate questo qua”. Nessuna dinamica mi obbliga a uscire con un nuovo disco, diciamo che a questo giro son voluto tornare al singolo, in accordo con la mia casa discografica. Ultimamente utilizzo la metafora del pranzo e della cena: è come un antipasto in attesa del pranzo completo. Senza fretta, ripartiamo con consapevolezza.

Mi parli della web serie uscita in maggio e ispirata al brano Cosa ne pensi Sergio?
La web serie di 5 puntate è presente sul mio account Facebook e Youtube. È un approfondimento e una continuazione divertente del messaggio contenuto nel brano Cosa ne pensi Sergio e del mio rapporto col cane Sergio che rappresenta il mio amico, il mio socio. In una parola l’amicizia. Torni in città col tuo amico e gli chiedi: ma qui come son messi? Ti confidi con l’amico. Il cane è il simbolo, è il mio Argo contemporaneo. Nell’Ep il brano è registrato dal vivo, ho voluto regalare ai miei fan una versione live, che per me è un quid in più. Esibirmi dal vivo per me è fondamentale.

Tra qualche giorno (il 6 novembre) parte la tua nuova tournée. Cosa dobbiamo aspettarci?
È una tournée ancora in fase di preparazione, tanto più che ho una band nuova, e poi stiamo ancora approntando le scenografie. Comunque sarà un live come al solito energico, molto passionale, che coprirà quasi tutti i miei dischi e sarà anche corposo come numero di canzoni. Voglio dare ancora di più alla gente, ai curiosi e ai fan. Non suono dal vivo da due anni, dal 2013, e quindi l’adrenalina e la voglia di tornare è tanta.