Venezuela-proteste-Lopez

La pubblicazione d’un post firmato dal giurista internazionale Fabio Marcelli, mi spinge a tornare sul tema dello stato della Giustizia – e, più in generale, sul molto penoso stato delle cose, particolarmente di quelle molto specifiche e delicatissime ‘cose’ che si chiamano ‘diritti umani’ – nell’attuale Repubblica Bolivariana del Venezuela. Tema del post di cui sopra è, infatti, la visita in Italia del ‘Comitato delle vittime della guarimba. Ovvero: dei parenti d’una parte delle 43 persone che hanno perso la vita o, comunque, hanno subito danni fisici o materiali, nel corso delle proteste che, nel 2014, hanno per molti mesi percorso il Venezuela. Quel Comitato – le cui argomentazioni Marcelli fa con grande passione proprie – è portatore di due fondamentali tesi, nelle intenzioni destinate a smentire e capovolgere la ripulsa suscitata in gran parte del mondo dalla condanna a quasi 14 anni di carcere recentemente inflitta al leader dell’opposizione Leopoldo López (clicca qui per il testo completo della sentenza). I portavoce del Comitato sono, perlopiù, familiari stretti dei nove ‘funzionari dei corpi armati dello Stato’ morti nel corso delle proteste. Ed il loro dolore merita ovviamente, come ogni dolore, tutto il rispetto. Resta però l’inoppugnabile fatto che quelle due tesi sono entrambe, non solo la ‘velina’ d’una verità ufficiale, ma anche completamente false. False, oltretutto, nel più compiuto senso ‘chavista’ del termine. Vale a dire: grossolanamente false, false con l’aggiunta di quegli specifici elementi di cialtronaggine, di sfrontatezza e d’infamia, che fanno della ‘menzogna bolivariana’ una molto specifica (ed alquanto peggiorativa) variante d’un vizio antico quanto l’uomo.

Quali sono queste due tesi? La prima – tanto aritmeticamente e moralmente insostenibile da non meritare più d’un rapido commento – è condensata nella pretesa del Comitato di rappresentare tutte le 43 persone cadute nel corso delle proteste. Tutte, comprese quelle (assai numerose) assassinate a sangue freddo dalle forze dell’ordine, o quelle defunte in circostanze accidentali palesemente non attribuibili ad alcuna delle parti in causa. O, ancora, quelle cadute sotto i colpi di ‘franchi tiratori’ mai identificati (e mai identificati perché mai indagati da chi di dovere) che, tuttavia, innumerevoli testimonianze oculari perlopiù indicano come membri dei cosiddetti ‘colectivos’, le squadracce armate al servizio del governo (clicca qui per un completo elenco delle vittime e delle cause della loro morte). La seconda tesi – forse ancor meno seria della prima, ma meritevole di qualche osservazione – è invece quella che, allegramente ignorando i fatti e la più elementare logica formale, pretende d’attribuire a López la responsabilità (non solo, si badi bene, morale, ma anche penale) di tutte le 43 morti per le quali il Comitato va con molta spudoratezza reclamando ‘giustizia’. In sostanza: la sentenza di condanna a López è sì ingiusta, ma, secondo il Comitato, ingiusta ‘per difetto’.

Di questa tesi s’è molto molto recentemente fatto portatore, a nome del chavismo tutto, il presidente della Assemblea Nazionale, quel Diosdado Cabello che è da molti (e con molte buone ragioni) considerato il vero ‘uomo forte’ del regime. L’ha fatto, il Cabello, nel corso di ‘Con el mazo dando’, menando randellate, la trasmissione che settimanalmente conduce – con un nodoso manganello sempre ben alla vista – per Vtv, una delle reti di Stato. ‘Io – ha detto – sono in totale disaccordo con la sentenza’. Ed ha aggiunto: ‘Quest’uomo (López) è responsabile della morte di 43 venezuelani’. Ed è per questo, per queste morti, che andava condannato di fronte a padri, madri e figli che reclamano giustizia…’. Parole forti. Parole indignate. E proprio da qui, da questi accenti di molto affettato sdegno, vale la pena partire per comprendere fino in fondo a quali abissi di morale indecenza sia, ormai, precipitata la rivoluzione bolivariana.

C’è, a questo proposito, una storia che già ho avuto modo di raccontare, ma che mi sembra a questo punto necessario ripetere: quella d’una delle 43 vittime che il Comitato oggi in tour per l’Italia afferma di rappresentare. Il suo nome era Alejandro Márquez, aveva 43 anni, ed il 19 aprile del 2014 è stato assassinato in circostanze che molte testimonianze facevano apparire inoppugnabili: mentre, nel corso d’una manifestazione, filmava con il suo cellulare una delle violente cariche della Guardia Nacional, era stato circondato da un gruppo di agenti e pestato a sangue. Anzi, pestato a morte. Ma ben altra era stata la storia che Cabello aveva – sempre con il suo manganello ben alla vista – raccontato in televisione. Alejandro, aveva spiegato, era un ‘sicario’, parte d’un complotto ordito per assassinare il presidente Maduro. E ad ucciderlo erano stati, per vendetta, i suoi compagni cospiratori, dopo che lui s’era rifiutato di commettere il delitto. La prova? Una fotografia nella quale Alejandro appariva armato ed in tuta mimetica, insieme ad un gruppo d’altri giovani… Risultò, nel giro di appena qualche ora, che era tutto falso. Completamente, scandalosamente, rozzamente falso. Quella che il presidente dell’Assemblea aveva mostrato era, presa da Facebook, la foto di un gruppo di partecipanti ad una competizione di ‘softair’, uno sport, una sorta di simulazione di combattimento con armi false. Ed del ‘complotto’ per uccidere Maduro non v’era traccia alcuna… Il racconto di capitan Diosdado era, semplicemente, una frottola, una brutale, arrogante (ed ovviamente impunita) calunnia…

Mi chiedo: i genitori di Márquez – assassinato e poi calunniato – sono presenti nel Comitato che va girando l’Italia reclamando ‘giustizia’? E se, come io penso, non lo sono, che cosa significa la loro assenza? Ai posteri – ed al Marcelli, se lo crede – l’ardua risposta…