Per seguire i suoi ideali ha lasciato un lavoro ben pagato e un contratto a tempo indeterminato in Italia, e oggi, da Ginevra, segue per una ong progetti su rifugiati e richiedenti asilo, cercando insieme a tanti altri di contribuire per trovare una soluzione alla crisi migratoria internazionale sulla quale da mesi è impegnata l’Europa. “Ho sempre desiderato lavorare in questo settore – racconta Beatrice Carlevaro, milanese di 26 anni – ma in Italia non ci sono così tante opportunità come all’estero in questo ambito. Questa però è una cosa strana, perché l’Italia è uno dei Paesi più coinvolti dall’immigrazione”.

L’approdo di Beatrice a Ginevra passa per quella che sembrava una strada già spianata nel mondo del business e dei grandi numeri, tanto che appena un anno fa, fresca di laurea alla Bocconi con alle spalle un percorso studi in discipline economiche e sociali ed esperienze universitarie all’estero, aveva già firmato il suo primo contratto a tempo indeterminato in una società di consulenza per imprese private. Un impiego invidiabile in un periodo in cui giovani come lei fanno fatica persino a trovarne uno. “Guadagnavo oltre 2mila euro al mese, viaggiavo molto e avevo davanti un percorso di crescita definito, ma ero infelice – prosegue – Era come se gli eventi mi avessero incastrata in un’opportunità che ‘non si poteva rifiutare’, visto che il lavoro era ben pagato e sicuro. Io però non mi sentivo al mio posto”.

“Guadagnavo oltre 2mila euro al mese, viaggiavo molto e avevo davanti un percorso di crescita definito, ma ero infelice”

Il sogno di Beatrice, da sempre attiva nel volontariato e in passato anche insegnante di italiano per stranieri, era lavorare per una ong o in un Paese in via di sviluppo, ma il coraggio per abbandonare una posizione che durante gli studi sembrava impossibile da raggiungere con così facilità, non è arrivato subito. “All’inizio mi giustificavo dicendo che c’era differenza tra quello che una persona è e il suo lavoro – ricorda – Mi dicevo che ero fortunata, oppure pensavo che con quest’esperienza avrei potuto mettere via i soldi per fare poi quello che mi sarebbe piaciuto di più, ma io non ho mai creduto all’idea del bar ai Caraibi, o della vita alternativa che poi non si concretizza. Così ad un certo punto, ho pensato che non è mai troppo presto per fare le cose che ti piacciono veramente e per smettere di condurre una vita in cui non ti riconosci”.

Prima di giungere alla scelta definitiva, c’è stata una breve parentesi a Barcellona, con un lavoro simile a quello di Milano, sempre sicuro e ben remunerato. Ma anche qui, racconta, “alle riunioni si parlava solo di fatturato, di soldi, di computer da cambiare”.

“Non ho mai creduto all’idea del bar ai Caraibi, o della vita alternativa che poi non si concretizza. Così ad un certo punto, ho pensato che non è mai troppo presto per fare le cose che ti piacciono veramente”

L’occasione per voltare le spalle a stipendio e posto fisso è arrivata a maggio: un contratto di un anno a Ginevra in una ong che si occupa di immigrati. Meno pagato, lontano da casa e a termine, ma “adesso – confessa Beatrice – ho finalmente consapevolezza di me stessa”. A Ginevra Beatrice segue, insieme ad altri colleghi, le attività delle Nazioni Unite in campo migrazione, partecipa alle consultazioni delle agenzie Onu con le ong, e ha vissuto e analizzato da vicino le scelte politiche portate avanti negli ultimi mesi dall’Europa.

“L’obiettivo è trovare una soluzione per affrontare questa emergenza. Con il mio gruppo di lavoro stiamo cercando di capire se è possibile prendere spunto da piani che sono stati applicati in passato per altri flussi migratori, come quello degli anni Ottanta che ha interessato il Vietnam – ha aggiunto – Il compito degli Stati dovrebbe essere fare in modo che le persone che fuggono da un Paese abbiano la possibilità di arrivare in un altro posto sane e salve”.

“Se potessi trovare in Italia un lavoro come quello che sto facendo adesso, tornerei”

Per il momento l’impegno di Beatrice non è sul campo, anche se la ong per cui lavora ha progetti dalla Siria al Libano, dalla Giordania all’Indonesia. Quest’estate però ha potuto vivere in un centro profughi in provincia di Rimini per una decina di giorni. “Io credo molto nell’accoglienza della gente, nella solidarietà, ma è anche vero che ci sono difficoltà e non è sempre facile gestire gli immigrati. Per questo servirebbe un piano internazionale, perché finora gli Stati hanno agito in modo schizofrenico”.

L’Italia però, dice, sta reagendo bene, in particolare per quanto riguarda la partecipazione dei nostri connazionali. “Non c’è così tanto razzismo, io vedo di più la solidarietà che riempie i vuoti istituzionali – conclude – Sono una grande fan del mio Paese e vorrei starci, ma per ora questo settore è soprattutto gestito a livello di volontariato. Se potessi trovare un lavoro così, però, ritornerei”.