Saper distinguere. Un esercizio mentale che una buona scuola e, soprattutto, una buona società dovrebbero insegnare ai suoi cittadini. La cronaca di questi giorni ce ne offre un’occasione. Leggo sul web vari commenti alla sentenza che ha assolto Erri De Luca dall’accusa di istigazione a delinquere, per aver affermato che è giusto “sabotare” i cantieri del Tav in Val di Susa. La mia opinione è che l’affermazione dell’intellettuale sia, in sé, una sciocchezza (per usare un eufemismo). Ciò detto avrei fatto fatica a comprendere il senso di una sentenza diversa da quella pronunciata dal tribunale di Torino.

In uno dei suoi testi più belli, Franco Battiato cantava: “Com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore”. Sono d’accordo con coloro che, fuori dal coro, evidenziano l’ignoranza e l’ipocrisia che circondano la figura di Erri De Luca e di tanti altri ex militanti di Lotta Continua e Potere Operaio. I giovani forse non sanno che di Lotta Continua faceva parte anche Paolo Mieli, il noto giornalista che oggi veste i panni dell’opinionista moderato e, addirittura, dello storico.

Oggi come oggi, nell’epoca dell’oblio, pochi ricordano il giornalista lombardo Marco Nozza, scomparso nel 1999. Uno di coloro ai quali fu appioppato l’appellativo di “pistarolo” e che, prima di andarsene da questo mondo ingrato, ebbe la soddisfazione di utilizzare questa parola come titolo del suo ultimo libro, pubblicato nel 2006 dal Saggiatore con una bella prefazione di Corrado Stajano. Tra le numerose informazioni, non smentite e non smentibili, riportate in questa sorta di diario di un cronista vero, libero da pregiudizi e condizionamenti, vale la pena estrapolarne una. Quanti sanno che giornali a dir poco battaglieri come “l’Assalto”, “Notizie radicali” e, appunto, “Lotta continua” erano stampati da tipografie (la Dapco e l’Art-Press) i cui proprietari erano uomini della Cia? Cito Nozza, dalla ristampa del 2011, pagina 179. Robert Hugh Cunningham “apparteneva a una illustre famiglia dello stato dell’Ohio, proprietaria di una serie di negozi a ciclo continuo, dai mobili per neonati alle casse da morto. Lo slogan della ditta era: “Vi seguiamo per tutta la vita. Siamo noi a tirarvi su e mettervi giù”. Robert Hugh Cunningham era arrivato a Roma nel 1968 (…) e a quel tempo aveva come socio, nella tipografia, un vecchio americano ultrasettantenne, tale Samuel Meek, amministratore del Daily American dal 1964. Questo Samuel Meek (…) agiva per conto della Cia, sia pure solo come fiduciario, non come vero e proprio agente. L’agente vero era Robert Hugh Cunningham. E questo Robert Hugh Cunningham era un fedelissimo collaboratore di Richard Helm. Il quale, della Cia, era il capo dei capi. (…) A dire proprio tutta la verità, non erano nemmeno due cose diverse, la Dapco e l’Art-Press, perché i soci erano gli stessi. Ed erano i tre Cunningham: padre, madre e figlio. Per la precisione: la Dapco (…) era amministrata da Robert Hugh Cunningham senior (il padre). L’Art-Press [società che stampava Lotta continua, ndr] (…) era amministrata da Robert Hugh Cunningham junior (il figlio)”.

Naturalmente ciò avveniva senza che la stragrande maggioranza dei movimentisti ne sapessero qualcosa. Ma i vertici, da Adriano Sofri a Marco Boato, lo sapevano eccome. Dal libro di Nozza (pag. 181): «Un giorno l’avevo chiesto a Marco Boato, ridendo (ma non troppo): “Lo sai che quei Cunningham che stampano il vostro Lotta continua puzzano un po’ troppo di Cia?”. Boato mi aveva risposto che lo sapeva. L’importante, comunque, era poter pubblicare tutto, tutto quello che si voleva. Lotta continua godeva di una libertà assoluta. Loro, i Cunningham, non ci mettevano becco proprio per niente. “E poi” aveva aggiunto Boato “ci fanno prezzi molto buoni”».

Per non dire dell’indefinibile Paolo Liguori, passato dalla rivoluzione alla corte di Berlusconi. Infatti non hanno mai dato risposte convincenti per spiegare questa contraddizione (la vogliamo chiamare così?); né a Nozza né all’opinione pubblica.

Ciò nonostante facciamo attenzione: questo non c’entra nulla col merito del processo di cui si discute. Ciò che è stato valutato dai giudici non è la biografia, discutibilissima, a mio parere, di De Luca. Si trattava di giudicare la legittimità o meno di una dichiarazione pubblica. Fortunatamente in uno stato di diritto la simpatia/antipatia – o, a maggior ragione, le qualità artistiche – di un imputato non debbono incidere sul giudizio. Per quel che vale (nulla), io De Luca non lo leggo e non lo stimo. Ma su una cosa è difficile dargli torto: mentre ci si concentra sulla “sciocchezza” di uno scrittore engagé, l’apologia di fascismo resta un reato solo sulla carta. L’eterno problema dei due pesi e due misure.