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Il sito online del Corsera pubblica la notizia dell’iniziativa di un’agenzia di creativi, la Useless Press, che ha chiesto a un noto scrittore, Joshua Cohen, di scrivere in diretta su Internet un intero romanzo, anzi la versione 2.0 di un romanzo, il Circolo Pickwick di Dickens. Per 5 ore al giorno e per 5 giorni l’autore è rimasto inquadrato da una telecamera, mentre sugli schermi di chi si metteva in contatto con il sito di Useless appariva in diretta ciò che egli stava in quel momento scrivendo, anzi ri-scrivendo, lasciando a chi assisteva all’evento la possibilità di interagire con l’autore.

La cosa è presentata dall’articolo come una novità assoluta: il futuro del romanzo che si palesa tra di noi. Un’epifania dell’avvenire. Ma, ahimè, non è così…

Qualcosa del genere, sviluppato per ben più tempo (quasi un anno), era stato sperimentato già nel 2000, quindici anni fa. Dove? In Italia, su un sito web Rai, Raisatzoom, nato dall’immaginazione situazionista e sperimentale di Nanni Balestrini e Maria Teresa Carbone. Da chi? Ma di chi scrive questo post, ovviamente. Che è qui a rivendicare la primogenitura, naturalmente, ma non solo e non soprattutto.

Intanto i dati. Nel 2000, mentre mi accingevo alla realizzazione del mio secondo romanzo, Cucarachas (DeriveApprodi ed.), mi venne l’idea di realizzare proprio una cosa del genere: scrivere codesto romanzo completamente online. E Raisatzoom decise di accogliermi. Chiamammo quel tentativo RomanZoom.

Si realizzò così una pagina web che – grazie all’interfaccia approntata dai tecnici del sito – permetteva, a chi si collegava, di vedere contemporaneamente me che scrivevo nel mio studio e il file su cui stavo lavorando, dunque il flusso della scrittura nel suo farsi. Si poteva chattare con me e inviarmi mail, esattamente come nel caso refertato dal Corsera. Chi ha curiosità può ancor vedere lo scheletro della pagina web, cliccando qui.

A dare la prima notizia del mio esperimento, ironia della sorte, fu proprio il Corsera, con un articolo a firma  di Cinzia Fiori, a gennaio del 2001. Seguirono poi alcuni altri pezzi, e un’intervista a Fahrenheit di Rai 3 che si può ancora ascoltare in rete.

Erano i tempi dell’esordio del Grande Fratello e il mio esperimento aveva degli scopi ben diversi dall’esperimento di Useless Press & Cohen. Scrivevo allora, come soglia d’accoglienza per chi si fosse collegato alla mia pagina web: «Là dove l’occhio delle telecamere commerciali poteva scrutare solo la pornografia dei glutei nudi di Marina, o dei muscoli di Taricone, ROMANZOOM accede all’osceno della quotidiana, tantalica fatica che chiamiamo fare letteratura.»

Tutt’altro, dunque, da quanto hanno in animo ora Useless & Cohen, niente a che vedere con quel binomio (piuttosto orroroso) di «trasparenza e controllo» tra lettore e autore, a cui si riferisce Cohen, e neanche con il problema del contingentamento del tempo ‘creativo’, corollario ovvio della trasformazione del romanziere in un produttore toyotista di merci diegetiche qual è attualmente.

Si riferiva piuttosto a quell’aspetto scopofilo che sta tanto nel fan, che traccia ogni aspetto della vita privata del suo autore di riferimento, vero personaggio principale di ogni narrazione, quanto in qualsiasi serio esercizio filologico. Per questo la chiamai, quella mia dissennata sperimentazione, una «versione continiana del Grande Fratello». Ma sarebbe demenziale tanto spazio a una rivendicazione di primogenitura che probabilmente interessa, comprensibilmente, solo me.

D’altra parte, come avrebbero fatto i creativi di Useless & Cohen a sapere che quindici anni prima, in Italia (in Italia!!!) qualcun altro li aveva preceduti e che la loro ‘novità’ era in realtà un prodotto di ‘seconda mano’? Certo, avrebbero potuto cercare su Google, ma con che chiave? Avrebbe potuto controllare almeno la collega del Corsera che firma il pezzo, in fondo le sarebbe bastato fare un check nell’archivio del quotidiano per cui lavora. Ma siamo sicuri che sarebbe riuscita a trovare la via giusta per scovare un pezzo di quindici anni prima? Io ho i miei dubbi.

Sta proprio in questo l’aspetto realmente interessante della faccenda: viviamo in una società in cui sono talmente tante le notizie che ci bombardano attimo dopo attimo, che diventa praticamente impossibile ricordarle e questo è un aspetto della nostra semiosfera (della nostra info-sfera e dunque della nostra società e del nostro essere ‘sociali’) che colpisce al cuore la nostra capacità di rinnovare davvero la cultura e l’arte. Il massimo dell’informazione coincide con il massimo del rumore, si sa.

Ogni novità, se non trova la forza di replicarsi per migliaia di evenienze, è praticamente inesistente. L’avanguardia e la sperimentazione, così come si intendevano nella Modernità, sono completamente dissolte. A ucciderle non è la Tradizione, ma migliaia di differenti sperimentazioni ed ‘avanguardie’, simili, ma sottilmente differenti, che si replicano come virus e che hanno la vita di un virus: pochi istanti.

L’avanguardia si dissolve per clonazione, indipendentemente dal suo finire o meno nel Museo, anzi a monte di qualsiasi possibilità di finirci, nel benedetto (o maledetto) Museo.

È così che questo nostro mondo in continua e asfissiante accelerazione verso il futuro ci tiene in realtà bloccati in surplace dove siamo da decenni e tutto il nostro correre non fa che precipitarci in basso, invece di farci avanzare. È la sua accelerazione, la garanzia della sua immobilità. Lo scrivevo proprio in quel romanzo, composto in diretta web: «Perché il tempo non passa. Il tempo arriva e si accumula tutto lì, nello stesso luogo di noi. Lì, sulla nostra cucurbita e preme schiaccia e ci crepa e ci affonda».