Poco fa è stato pubblicato “Design for the Good Society”, un libro al passo coi tempi e dal titolo promettente che vuole dare un contributo importante al consolidamento di quello che viene chiamato “social design”, cioè quel tipo di design che si occupa di tematiche sociali e che fa uso degli strumenti del progettista per contribuire alla trasformazione dei processi e delle relazioni sociali.

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Borders‘ di Caterina Giuliani

Un’occhiata alla lista degli autori i cui testi sono presentati nel libro però placa presto gli entusiasmi: dei sette autori sei sono maschi, tutti sono bianchi e provengono da Paesi del nord del mondo quali Stati Uniti, Regno Unito e Olanda. Secondo noi questa scelta rischia di perpetuare, più che mettere in questione o addirittura sovvertire, una prospettiva sul design proveniente da una posizione di forte privilegio e potere. Questa prospettiva, a cui purtroppo siamo fin troppo abituati, ha naturalizzato pratiche socio-economiche negative poste alla base di quella che potremmo invece chiamare la “bad society”. Ineguaglianza, distruzione ambientale, sfruttamento sfrenato dei lavoratori – tutti questi fenomeni sono conseguenza e motore di un capitalismo patriarcale sviluppatosi nel nord del mondo e poi esportato e riprodotto ovunque, spesso attraverso l’uso della forza. Chiaramente una critica a tutto ciò può e deve anche essere operata da persone che vivono in questo contesto, ma non ci dobbiamo dimenticare che chi vive in un mondo fatto di privilegi (derivanti da colore della pelle, genere, provenienza geografica e così via) tende a guardare alla società da un punto di vista che mette in secondo piano la necessità, ma anche la possibilità, di un cambiamento più radicale. In altre parole si fa fatica a liberarsi di alcune delle strutture mentali che sono inevitabilmente radicate in noi bianchi, privilegiati da generazioni.

Ci sembra fondamentale dunque portare dentro al design – soprattutto se vogliamo parlare di design per “la buona società” – le prospettive di chi può contare su meno privilegi. Non farlo non sarebbe solo da snob, ma vorrebbe anche dire perderci la possibilità di allontanarci in modo propositivo da dinamiche sociali, ecologiche ed economiche insostenibili e precarizzanti. Ci chiediamo chi avrà il coraggio e la tenacia di promuovere seriamente una visione pluralista e progressista per dare una scossa a chi opera nel nostro campo. Perché non ci vuole solo apertura mentale da parte di chi fa, pensa e insegna il design oggi, ma anche un radicale rimescolamento del settore sotto vari punti di vista. Come si potrebbero rendere i corsi di design e la professione stessa più aperti, accoglienti e rispettosi per chi non corrisponde agli stereotipi attuali? Rimescolare il settore con punti di vista sottorappresentati ci pare il modo più proficuo per veramente allargare la visione di come si possa progettare per una “buona società”.