Continuare a chiamarlo Re del Pop sarebbe fuorviante oltre che riduttivo: Andy Warhol è semplicemente un artista senza limiti. Incensurato, idolatrato, detestato, criticato e comunque iconizzato, è colui che per primo è riuscito a deflagrare il rapporto fra lo spettatore e l’opera d’arte, creando un terreno di conversazione in cui la dismisura è il cardine. E non è un caso che la grande mostra a lui dedicata di scena fino al 7 febbraio 2016 al Museo d’Arte Moderna di Parigi (www.mam.paris.fr) sia stata proprio intitolata “Warhol Unlimited”. Più di 200 opere in passerella e, per la prima volta visibili in Europa nella loro totalità, le Shadows (Le ombre, 1978-1979; provenienti in esclusiva dalla Dia Art Foundation di New York): 102 tavole serigrafate di 17 colori diversi che si dipanano senza fiato su una lunghezza di oltre 130 metri.

Un’installazione che occupa un’area di 700 metri quadrati e che abolisce in toto i perimetri del quadro e del ritratto, reinventando completamente la percezione artistica e sensoriale dello spazio e del tempo. Solo l’immensità della stanza in cui le ombre sono conservate merita il viaggio, ma la mostra regala dell’altro, anzi moltissimo per gli amanti delle reinvenzioni Pop dell’artista di Pittsburgh: lo spettatore, fra stordimento e curiosità, qui è obbligato a lasciarsi sommergere da una quantità straordinaria di opere, messe quasi tutte in serie. Ci sono le coloratissime Sedie Elettriche (1964-1971), l’esplosione dei Fiori che si mostrano in tutte le misure, da piccolissimi a grandissimi (1964-1965), le rappresentazioni ossessive e maniacali di Mao (1972-1973), e non manca Jackie (1964), una serie di puro fascino che mescola la morte nera al glamour rosa. Jackie qui è ripresa da Andy Warhol prima e dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy: splendida nella sua allure fashion appena atterrata a Dallas e strizzata nel suo tailleur Chanel e poi devastata dal dolore subito dopo l’uccisione del marito.

Camminando fra le stanze del Museo ci si imbatte poi negli Autoritratti (1966-1967-1981) replicati in technicolor; ci si lascia avvolgere dalla carta da parati con le Mucche (1966), dalle Nuvole d’Argento (1966) con cui lo spettatore riesce addirittura a interagire, dagli Screen Tests (1964-1966; filmati che riprendono i primi piani di di Duchamp, Salvador Dalì e Bob Dylan) e dalle scatole Brillo (1964). E poi ci sono ancora due chicche, sempre nell’ottica della dismisura e dell’eccesso: gli spettacolari scenari visivi e musicali dei concerti dei Velvet Underground (Exploding Plastic Inevitable; 1966) e la proiezione di Empire (1964), otto ore ininterrotte di un’inquadratura fissa sul grattacielo di New York (la sfida è tratta, pare che nessuno riesca nell’impresa di farsi travolgere da questa maratona visiva).

Una mostra che trasforma la ripetizione colorata e ossessiva delle opere di Warhol da merchandising ad arte di altissimo livello, da vivere come in un viaggio senza limiti, senza arrivi o partenze. Percezione pura. Il Museo d’Arte Moderna di Parigi fu uno dei pochi musei europei che accolse l’artista americano: qui Warhol nel 1970 allestì una memorabile retrospettiva, che ora ne richiama gusto e sfida. Il rapporto fra Warhol e il cinema prosegue al cinema: per tutta la durata della mostra il Cinema Grand Action 5 in rue des Ecoles mostrerà filmati e schegge visive dell’artista americano.