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Circa due settimane fa mi sono svegliato con la notizia che le gelaterie Grom sono state vendute ad Unilever. Cose più importanti sono successe in questi giorni, certo, ma da imprenditore, profondamente amante dell’Italia, in questo particolare momento espatriato per lavoro in Asia, non ho potuto fare a meno di fare una riflessione che provo ora a condividere.

Sui giornali non se ne è neanche parlato tanto, non si sono sollevati i soliti dibattiti sugli stranieri cattivi che vengono da noi a fare shopping, né alcun politico ha detto la sua tanto per avere una notizia qualunque da far uscire. Meglio, cerchiamo di analizzare la cosa con calma, guardandola con il cannocchiale razionale di chi in questo momento è circondato da 3 miliardi di asiatici, e un vero gelato italiano lo pagherebbe oro.

Grom acquistata da Unilever può essere paragonata alle decine e decine di marchi dello stesso settore che nei decenni scorsi la stessa multinazionale olandese, Nestlé e molti altri si sono portati via dal Belpaese.

Paragonata senza alcuna demonizzazione di queste operazioni, in quanto si tratta di aziende private comprate da altre aziende private, si tratta di mercato, in cui le risorse vengono investite dove imprenditori e investitori lo ritengono più opportuno. E dopo decenni in cui gli investimenti esteri in Italia sono rimasti fermi, ben lontani dalle medie dei nostri concorrenti diretti, non possiamo che esserne contenti, ricordandoci che il primo motore dello sviluppo e dell’occupazione sono gli investimenti, tanto piu in fasi discendenti del ciclo economico.

Ovviamente si tratta di processi benefici ed auspicabili quando chi compra le aziende italiane mantiene da noi gli stabilimenti e magari aumenta, con gli investimenti di cui sopra, l’occupazione, e sono ben diversi dagli investimenti fatti in maniera puramente finanziaria, efficientamento che troppe volte significa tagli su tagli e molte volte chiusure degli stabilimenti stessi, che in tanti casi si sono visti nel nostro Paese.

Non è pero questo il punto che voglio affrontare, che richiederebbe spazio per ben più ampio, in quanto mi interessa la questione da un altro punto di vista, ovvero l’incapacità dimostrata dalla maggior parte degli imprenditori italiani di essere veramente globali. Se togliamo gli imprenditori della moda, i restanti si contano sulle dita di due mani.

Se ne contano uno e mezzo, Ferrero e Barilla, quando si arriva a parlare di food. Zero, perche neanche Ferrero lo fa, quando si arriva a parlare di food retail, ovvero di catene che esportino cibo italiano nel mondo, o di ristoranti che abbiano una dimensione globale e non pur sempre semi familiare.

Perche questo da fastidio vedendolo da un qualunque catena di caffé americano di una qualunque città del sud est asiatico?

Perché il cibo, insieme alla moda/lusso e al design è ciò che più ci definisce e caratterizza nel mondo, consci che mare, montagne e città d’arte non si possono esportare (apriremo il capitolo del turismo in un altro momento), e che musica e cinema hanno finito la loro funzione di volano dell’Italia nel mondo almeno 40 anni fa, purtroppo.

A chi ama veramente l’Italia dà fastidio vedere che il caffè nel mondo sembra l’abbiano inventato gli americani con Starbucks, la pizza la vendano Pizza Hut e Domino Pizza, che la più grande catena europea di cibo venda pasta, Vapiano, e sia tedesca, e che nei supermercati il 50% dei prodotti ha nome italiano ma il 95% di questi di italiano non abbia nulla.

Dà fastidio vedere che in Cina e negli Stati Uniti i supermercati europei si chiamano Carrefour ed Auchan e si tirano dietro, giustamente, prodotti francesi, mentre da noi Esselunga non apre sotto a Firenze e Coop fa miliardi in un recinto fiscalmente protetto dalla competizione vera.

Dà fastidio non solo per orgoglio, ma soprattutto perché questo vuol dire perdita di occasioni di sviluppo per l’agricoltura e l’industria del Paese, perdita di occupazione, di crescita economica e di maggior benessere per tutti, particolarmente in anni come questi in cui la crisi ha distrutto come non mai il nostro tessuto sociale.

Per cui, simpatie o antipatie personali a parte, sono sacrosante le parole di Oscar Farinetti che ci racconta che con una politica industriale e un piano coerente di promozione del made in Italy nel mondo si può arrivare a raddoppiare gli attuali 30 miliardi di export agroalimentare annui.

E Farinetti è l’unico che finalmente abbia preso in mano la bandiera del Made in Italy nel cibo e abbia cominciata a venderlo come dio comanda in giro per il mondo, seppur ancora nella nicchia dell’alto di gamma.

Questa situazione è figlia della cultura italiana, dello storico individualismo degli imprenditori e dei loro eredi erroneamente alla guida di colossi globalmente minuscoli, di un mercato azionario che non permette crescite esponenziali, di un sistema bancario che ancora chiede garanzie reali per dare fidi solo a chi già li abbia e rischi poco, di una politica che negli ultimi 20 anni si è preoccupata di balletti, processi e rimborsi spese e non del reale sviluppo industriale di un Paese e quindi della sua crescita.

Siamo in un momento in cui il vento è cambiato e l’espansione piano piano ricomincia, seppure lenta e con un deserto di aziende chiuse e posti di lavoro persi alle spalle. Possiamo sperare che in questo momento positivo, in cui l’Italia nel mondo tira come non mai, chi ha storie di successo ne faccia base per un espansione globale e possa finalmente portare nel mondo quanto più cibo italiano possibile, con le sue materie prime, i suoi contadini e i suoi agricoltori?

Che gli imprenditori del food ancora rimasti abbiano l’ambizione di comprare e non di vendere, e che il sistema bancario e istituzionale in questo li aiuti?

Signori Guerra e Farinetti, Illy e Martinetti, Ferrero e Barilla, signori del vino e delle olive, signore banche e signor Ice, signori Martina e Guidi, possiamo sperare che questa visione possa esser messa in pratica unendo le forze, disegnando una strategia/Paese che sia davvero globale e di lungo periodo, in modo che i frutti di questo sviluppo li colga l’Italia intera, dal nobile toscano produttore di vino sino al bracciante sudanese che viene a spaccarsi la schiena per noi?