“La condotta (dei politici) ha offeso l’ordine pubblico”. È iniziato con questa accusa da parte dell’avvocatura dello Stato il maxiprocesso per la cosiddetta Tangentopoli di San Marino. Alla sbarra ci sono 21 pezzi grossi della politica della più antica repubblica del mondo, da alcuni anni attraversata da scandali e inchieste giudiziarie sugli intrecci tra partiti e finanza. Una situazione non diversa da quella che si prospettò in Italia all’alba degli anni Novanta. Tutti gli imputati devono rispondere dell’accusa di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio delle tangenti. Tra loro Pier Marino Mularoni (ex segretario di stato, cioè ministro delle finanze), Pier Marino Menicucci (ex ministro alla giustizia), Giovanni Lonfernini (ex capo di Stato), Gian Marco Marcucci (ex ministro al lavoro), Fiorenzo Stolfi (ex ministro alle finanze e esteri), Claudio Podeschi (ex ministro alla sanità), Claudio Felici (ex ministro alle finanze), Stefano Macina (ex capogruppo del Psd in Consiglio grande e generale), Giuseppe Roberti, socio della Banca commerciale sammarinese, Pietro Silva, amministratore della Fondazione per la promozione economica e finanziaria sammarinese e Luigi Moretti.

Il processo passerà alla storia come quello del cosiddetto “conto Mazzini”. Gli investigatori avevano scoperto un ingegnoso sistema che negli anni passati avrebbe permesso a molti politici di San Marino (di diversi schieramenti politici) di finanziarsi in maniera irregolare. In totale, durante l’inchiesta sono stati sequestrati 200 milioni di euro. In sostanza, in un conto intestato a un tale Giuseppe Mazzini alla Banca commerciale sammarinese c’era – secondo l’accusa – chi versava dei soldi e c’erano i politici che li ritiravano tramite una serie di altri libretti che venivano aperti volta per volta. Nel processo che si è appena aperto (le udienze, per motivi di spazio, si svolgono in un centro congressi) sono confluiti anche degli altri filoni di indagine. Tutti sono comunque derivati dal primo e sono stati seguiti dai commissari della legge (equivalenti ai pm italiani) Alberto Buriani e Antonella Volpinari, che da tempo coordinano le indagini del nucleo antifrode della polizia giudiziaria sammarinese che hanno portato alla sbarra ex capi di stato, parlamentari, ministri.

Il processo “Mazzini” inizia ad appena 48 ore dall’arresto che ha fatto più scalpore a San Marino. Quello di Gabriele Gatti, ex ministro degli esteri per 15 anni consecutivi, ex capitano reggente (capo di stato), finito nel Carcere dei cappuccini con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, alle tangenti, al voto di scambio, alla falsificazione di prove e ingerenza nella libera azione della magistratura. Un milione e 100 mila euro di una polizza assicurativa riconducibile a Gatti (per anni leader della Democrazia cristiana, partito oggi nella coalizione di governo) è stata messa sotto sequestro. Ma gli investigatori hanno messo gli occhi su libretti per un valore di milioni di euro che potrebbero avere a che fare con l’indagine (parallela a quella del conto Mazzini), che oltre a Gatti vede indagate già altre persone. Secondo i magistrati per anni sarebbero state pagate alla politica mazzette da imprenditori, soprattutto nel settore immobiliare, al fine di ottenere autorizzazioni a costruire, licenze bancarie e altro ancora. Sotto inchiesta c’è perfino la costruzione del tribunale. “Con la complicità di molti, lo Stato ha rinunciato ad avere una economia sana. Alle imprese sane per avere tangenti sono state preferite le improduttive”, si legge nell’ordinanza che ha portato Gatti dietro le sbarre.

Tra gli ultimi episodi contestati a Gatti, risalenti al 2015, ci sarebbe infine la presunta falsificazione di prove a discredito dei magistrati che stavano indagando su di lui nell’inchiesta partita dal “conto Mazzini”.