“Impediamo che un altro importante pezzo di storia rimanga intrappolata per sempre nel cemento” è l’auspicio che compare all’inizio della lettera-appello indirizzata dal Comitato di Difesa del Territorio Colli Prenestini-Castelli Romani nel gennaio 2015 al ministro Dario Franceschini, a Papa Francesco e al segretario di Stato, cardinale Piero Parolin. E’ stato questo l’ultimo tentativo, quello della locale associazione, di mettere in salvo uno straordinario complesso archeologico, individuato nel 2010 dalle indagini preventive realizzate dalla Soprintendenza archeologica per il Lazio sul Colle della Noce, a San Cesareo, piccolo centro a sud-est di Roma. Ma nonostante l’appello al ministro e pontefice, niente è cambiato.

Quasi 20mila mq. di strutture, databili dalla fine dell’età repubblicana al IV secolo d. C., come riportato nel sito della Direzione Generale per le antichità. Con mosaici policromi in paste vitree, marmi pregiati, ambienti affrescati, un ninfeo e un complesso termale monumentale, con una vasca da 600 mq. Probabilmente la residenza imperiale nella quale Massenzio avrebbe ricevuto notizia dell’elevazione alla dignità imperiale nel 306 d. C., anche se non è escluso che possa trattarsi della località “Ad Statuas”, al XVIII miglio della via Labicana. “Occorre accelerare i tempi, per tutelare questa scoperta. La più importante degli ultimi decenni”, diceva nell’ottobre 2010 Marisa De Spagnolis, già responsabile della Soprintendenza archeologica del Lazio.

Già, la tutela. Perché in quell’area il Comune di San Cesareo nel dicembre 2010 ha approvato il Piano edilizio integrato denominato “Parco della Pietrara”, adottato nell’aprile 2011. Un insediamento residenziale e un complesso parrocchiale. Quello di S. Giuseppe. Ad occuparsene il Gruppo Mistura per conto della Due.Gi Immobiliare srl. Finora delusi quanti pensavano che la scoperta avrebbe mutato la sorte dell’area. Nessuna variazione, nonostante l’apposizione di un vincolo diretto sull’area nel luglio 2011, da parte della Soprintendenza archeologica del Lazio. In compenso le cose sono peggiorate. Gli originari 27.335 metri cubi di costruzioni su un’area di 28mila metri quadrati con palazzine alte 10,50 metri al massimo, sono aumentati dopo il ritrovamento della villa imperiale. I metri cubi diventati 52.626, l’area di 34.556 metri quadrati e gli edifici raggiungono i 18,50 metri.

Ma le scoperte non sono finite. Nel 2013, dopo l’adozione del nuovo Piano Integrato, una nuova campagna di indagini, a nord dei resti della villa, in un’area di espansione del Piano Integrato, rinviene un tratto di oltre 200 metri della via Labicana e circa 150 tombe di varie epoche. Scoperte che rendono ancora più complessa la vicenda. Il progetto residenziale rimane in stand by, a differenza di quello della chiesa che inizia il suo iter, autonomamente. Così nel cantiere ogni attività si ferma e i resti antichi che, contrariamente alle prescrizioni della Soprintendenza archeologica non hanno ricevuto, quasi alcuna cura, iniziano a deteriorarsi.

“L’area archeologica versa oggi in uno stato di totale abbandono. I mosaici e le murature non sono stati adeguatamente protetti e la neve, il gelo e le piogge dei mesi scorsi hanno fatto uno scempio, oltre alle erbacce che ora stanno infestando le strutture”, denunciava Paolo Scacco del Comitato Salviamo la Villa di Cesare nel luglio 2012. Una situazione che aveva già sollecitato, nel 2011 diverse interrogazioni. Le due, al Consiglio regionale, presentate da Di Carlo del Pd e da Buonasorte de La Destra, e altre due, alla Camera, presentate dai deputati Pd Carella e Madia. Interrogazioni che comunque non sembrano aver contribuito a migliorare le condizioni del sito. Infatti nel maggio 2014 il Comitato di Difesa Colli Prenestini-Castelli Romani, in un esposto inviato alla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio, denuncia, tra l’altro, come “la zona vincolata non risulta recintata e quindi separata dal resto del Piano Integrato” e come “la stessa versa in condizioni di completo abbandono e degrado”. Solo recentemente e limitatamente ad alcuni settori, si è provveduto ad alcune opere di copertura. E continua a mancare un vincolo indiretto sull’area.

Ma intanto nell’agosto 2014 il parroco di San Giuseppe, don Guido Di Cola, presenta il progetto definitivo del nuovo complesso parrocchiale con richiesta della sua approvazione “con contestuale adozione di variante urbanistica”. Nel dicembre 2014 la Soprintendenza archeologica “conferma proprio parere di stretta competenza favorevole, limitatamente alla realizzazione del nuovo complesso parrocchiale … con le relative stringenti prescrizioni circa la valorizzazione del tratto di muratura rinvenuta nel corso delle indagini preventive degli anni 2010 e 2011”.

Non è tutto, si richiede di “estenderle e completarle nelle aree all’epoca non sondate nel corso degli sbancamenti funzionali al Progetto”. Parere non vincolante per la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio che infatti esprime “parere negativo” alla realizzazione delle opere “in quanto l’intervento non è conforme alla normativa … inoltre lo stesso comporta un rilevante impatto paesaggistico negativo rispetto al contesto interessato”. Progetto presentato, ma ancora ignoto. Per questo motivo poche settimane fa Gaia Pernarella, consigliera del M5s in (alla) Regione Lazio, presenta un’interrogazione per conoscerne i caratteri e per verificare l’esistenza di tutti i regolari permessi.

Così mentre l’attesa continua, rimangono poco chiari troppi lati della vicenda. Ancora una storia di interessi più o meno manifesti e diritti negati. Da un lato chi vuole realizzare il complesso residenziale e quelli che si agitano per la chiesa. Dall’altro chi invece vorrebbe tutelare e valorizzare il sito archeologico, facendone un simbolo di San Cesareo. La battaglia prosegue. Ma forse non rimane che sperare nell’intervento del Papa.