L’ultimo tango di Marlon Brando. Riecheggiano ancora le parole del grande attore statunitense, morto nel 2004 ad 80 anni, nel documentario Listen to me Marlon, in questi giorni in uscita nelle sale britanniche, dopo una mediocre presenza nelle sale americane durante l’estate (500mila dollari d’incassi). E dire che l’interprete de Il Selvaggio e Il Padrino di cose da dire nel lavoro diretto da Steven Riley – all’attivo un altro interessante doc su James Bond come Everything or nothing – The untold story of 007 – ne ha parecchie. A partire dalla sua conclamata fame sessuale, non del tutto sconosciuta in passato, ma riemersa con impeto nelle audiocassette che si possono ascoltare nel film di Riley. Duecento ore di registrazione, perlopiù inedite, dove Brando paragona il suo sfrenato desiderio sessuale a quello di una “bestia”. “Le donne entravano dalla mia porta ed erano costrette ad uscire dalla finestra”, racconta in uno degli stralci audio il divo. “Ero giovane e destinato ad diffondere il mio seme in lungo e in largo”.

Nulla pare fermarlo, almeno sulla metà degli anni cinquanta quando con il suo fare ribelle e magnetico, con quel sorriso perfetto e un corpo da sballo, miete conquiste e fa cadere tasselli femminili come quelli del domino. Cinque i figli legittimi e tre i matrimoni ufficiali: dal ’57 al ’59 con l’attrice Anna Kashfi, dal ’60 al ’62 con l’attrice messicana Movita Castaneda, dal ’62 al ’72 la polinesiana Tarita Teriipia conosciuta durante le riprese de Gli ammutinati del Bounty e con cui visse sull’isola Tetiaroa nella Polinesia francese fino al divorzio. Storicamente interessante è che nelle registrazioni di Listen to me la voce di Brando rievoca il rapporto “ad intermittenza” con Marylin Monroe dopo averla incontrata ad una festa e dice anche che lei lo aveva chiamato al telefono poco prima di morire.

L’autoconfessione di Brando diventa preziosa proprio nel ricostruire le fonti di repertorio; ma è soprattutto la sua dolorosa avversione allo star system ad emergere come un tragico fardello. Il protagonista di Ultimo tango a Parigi registrava ogni tipo di cosa che faceva su nastri audio: meditazioni e pensieri personali, prove di recitazione per il set, conversazioni private conservate grazie ai microfoni sparsi tra le stanze di casa, e le sessioni di autoipnosi imparate dalla sua insegnante di recitazione Stella Adler. Così abbiamo la conferma che la vita d’attore per Brando era solo motivo di infelicità, ben prima del declino sull’inizio degli anni ’80, i 140 chili di peso e il diabete: “La maggior parte degli attori vogliono il loro nome sul giornale. A loro piace essere al centro dell’attenzione. Amano farsi fissare come animali allo zoo. Io invece non lo sopporto. Odio tutto ciò. E’ stata una lotta durissima cercare di preservare la mia sanità mentale e il senso della realtà che ti vengono portati via dal successo”.

E ancora: “Io non ho mai fatto grandi film”; oppure su Hollywood: “Non ci sono artisti. Siamo tutti uomini d’affari. Siamo commercianti. Non c’è arte. Sono tutte stronzate. Ci sono solo soldi, soldi, soldi. Se pensate si tratti di qualcos’altro vi sbagliate”. I suoi problemi con Hollywood e con l’autorità – celebri le sue battaglie per i diritti civili negli Stati Uniti – risalgono infine alla lotta edipica con la violenta figura paterna, scontro che oltretutto lo ha aiutato ad entrare nella parte di Un tram chiamato desiderio: “’Il mio vecchio era duro con me. Aveva l’abitudine di schiaffeggiarmi in giro e per nessuna buona ragione. Ero veramente intimidito da lui”. Infine Brando amplifica questa sua maniacale e sistematica cura nel confessarsi al microfono del registratore dicendo: “Recitare è roba di poco conto. La vita è un’improvvisazione. Ho intenzione di mettere un microfono nella mia bara in modo che quando mi sveglierò, sottoterra, dirò “Dovevi fare tutto quello che hai fatto in modo diverso’ ”.