Sarebbe inutile negare che non sia presente una certa dose di retorica nella rappresentazione della migrazione, così come in ogni fenomeno filtrato dai media. Come scriveva Aristotele, la retorica è  un elemento del discorso che serve a persuadere riguardo a un soggetto. I media stessi sono dei discorsi, che possiedono la capacità di affascinare, persuadere, creare delle credenze condivise e attese rispetto a soggetti specifici. I media stessi non raccontano la verità ma il verosimile, che si può rifare o meno alla realtà.

La notizia dell’arrivo di migliaia di profughi dall’Est in Germania, è un avvenimento che ha avuto una diffusione capillare su tutti i media, forse per la prima volta in Europa. Un fenomeno che è stato polarizzato e amplificato, divenendo un vero e proprio evento.

Dalla diffusione delle diverse notizie, il pubblico ha avuto quasi l’impressione di essere invaso da un flusso incontrollato di migranti, e allo stesso tempo di trovarsi nel bel mezzo di una “rivoluzione” sociale nel continente europeo. Un effetto mediatico che è sembrato simile ad avvenimenti recenti, come l’attentato alle Torri Gemelle, oppure andando più indietro nel tempo, ad un avvenimento storico come la caduta del Muro di Berlino.

Ma come si può individuare un evento mediatico? Qualche anno fa gli studiosi Dayan e Katz teorizzavano sul concetto di media event, l’evento media, definendo tre sue possibili forme narrative: la competizione, che esplica il concetto di sfida pubblica, in cui il pubblico è tifoso (i dibattiti politici, gli eventi sportivi); la conquista in cui il protagonista dell’evento porta a termine un cambiamento (pensiamo allo sbarco sulla Luna); e l’incoronazione, ovvero un rito di passaggio che determina l’adesione sacra e simbolica della società (allo Stato e alle sue istituzioni).

Prendendo a riferimento proprio queste definizioni, l’arrivo di migliaia di profughi dall’Est in Germania è stato rappresentato sia come conquista, che incoronazione dei migranti, giunti in Europa in fuga dai conflitti in atto nel loro paese d’origine.

Il messaggio di questo evento si è caricato naturalmente di una certa retorica: l’Europa, come comunità di persone, è stata rappresentata come meta di arrivo e di accoglienza, quando gli avvenimenti negli ultimi anni e le azioni politiche sulla difesa dei confini fanno pensare ad altro. Inoltre, le divisioni interne agli stati, rese più acute dalla globalizzazione (vedere per esempio il caso fiammingo o il recente caso spagnolo), dimostrano che un’idea unita di Europa sia ancora difficile da stabilire.

Se alcuni spettatori hanno risposto al messaggio concretamente – “i profughi hanno bisogno di accoglienza e dobbiamo accoglierli” – altri hanno dimostrato una totale ostilità all’accoglienza. Il fatto certo è che i profughi continuano a essere vittima e ostaggio a causa di guerre di risorse e interessi geopolitici. E quando giungono in “terra straniera” possono diventare strumentalizzazione di un messaggio mediatico più ampio della loro condizione di migranti, che il più delle volte crea stereotipi e facili definizioni. Se si pensa che dopo la caduta del Muro di Berlino, gli stessi tedeschi sostenevano che la Germania non fosse un paese di immigrazione, non sorprende che oggi molti cittadini europei siano allarmati dall’arrivo di nuovi migranti, specialmente se giungono da altri continenti.

L’evento mediatico crea dunque aspettative rispetto ad una data notizia, che non sempre coincide però con un avvenimento vero e storicamente significativo.