Manovra a “tenaglia” del governo della Cina sul mercato dell’auto. L’esecutivo ha varato un doppio provvedimento che da un lato favorisce i produttori locali (una settantina almeno) e dall’altra dovrebbe costringere quelli stranieri ad abbassare i listini dei pezzi di ricambio e degli interventi di manutenzione.

La prima, almeno in teoria è una misura per rivitalizzare il mercato, mentre in pratica è un “accorgimento” protezionistico a tutela dei molti costruttori cinesi, parecchi dei quali hanno produzioni limitate sia nel numero sia nella gamma, per lo più piccoli van e auto a bassa cilindrata. Dal primo ottobre e fino al 31 dicembre 2016, chi acquista veicoli con motori fino a 1.6 litri beneficia di una riduzione della pressione fiscale: dal 10 al 5%. Un’operazione che secondo gli analisti si attesta attorno ai 10 miliardi di euro perché il segmento delle utilitarie e dei van compatti vale circa due terzi del mercato della Cina. Nel 2014 i volumi complessivi avevano sfiorato i 20 milioni di unità (19,7) con una crescita del 13% rispetto all’anno precedente (quasi tre volti quelli del 2008, 6,76 milioni).

Quest’anno le stime più ottimistiche indicano un aumento delle vendite assai più contenuto, nell’ordine del 2,5%, ma alcuni analisti non escludono perfino una stagnazione (in agosto le immatricolazioni sono state il 3% in meno rispetto allo stesso mese dell’anno precedente). Una crescita così “limitata”, che in altri paesi verrebbe accolta positivamente, non piace al governo, che pure aveva dato segnali di preoccupazione per gli elevatissimi tassi di inquinamento atmosferico (nella foto in alto, il traffico in tilt alle porte di Pechino al rientro dalle vacanze, l’8 novembre). Sicuramente la conversione di veicoli “datati” con modelli più recenti è positivo, ma lo spaventoso numero di auto in circolazione non è certamente un bene per l’ambiente: solo tra gennaio e agosto le immatricolazioni di auto nuove hanno sfiorato quota 12,8 milioni (l’Europa ha raggiunto i 10,4 milioni in nove mesi). La misura era piaciuta agli speculatori di borsa, perché i titoli di Great Wall o Geely, peraltro impegnati anche a livello internazionale, erano cresciuti.

Questa manovra è chiaramente protezionistica, malgrado i brand stranieri, che guadagnano soprattutto grazie ai modelli premium, abbiano già dovuto fare i conti con una contrazione del fatturato nel comparto after sales, cioè ricambi, accessori, manutenzione. Secondo una indagine di J.D. Power and Associates nel 2014 il giro d’affari era di quasi 4.300 yuan per veicolo, mentre nei primi mesi di quest’anno era sceso a meno di 3.500, cioè da circa 600 a 485 euro. La contrazione è stata meno marcata (anche in termini percentuali) per i marchi più popolari: appena 20 euro di calo, da 237 a 216.

La “scure” cinese si è abbattuta proprio su questa proficua attività, peraltro già costata multe salatissime a diverse costruttori, FCA inclusa, per violazioni alla norme sulla concorrenza accertate dalle autorità del Regno di Mezzo. A partire dal 2016, le case dovranno rendere pubbliche le informazioni tecniche sulle riparazioni dei veicoli e sui pezzi di ricambio. L’obiettivo è quello di aumentare il numero delle officine in grado di effettuare gli interventi e, quindi, abbassare i prezzi, tenuti talvolta artificiosamente alti, che è poi la ragione per la quale erano scattate le sanzioni.