l Primo Ministro Matteo Renzi in visita a Melfi presso gli stabilimenti FCA Portfolio LaPresse

La prima volta – 10 ottobre 2012 – furono scintille: «Sergio Marchionne ha preso in giro operai e politici». Immediata la replica: «Matteo Renzi, brutta copia di Obama, è solo il sindaco di una piccola, povera città». Subito dopo cominciò a divampare la fiamma della passione. In perfetta sintonia con una celebre massima di Ennio Flaiano, secondo cui “i grandi amori si annunciano in un modo preciso, appena la vedi dici: chi è questa stronza?”.

L’atto di certificazione dell’incontro di amorosi sensi tra Sergio e Matteo, all’insegna della comune vocazione a incarnare il ruolo di grandi modernizzatori, lo si ebbe con l’editoriale d’addio di Ferruccio de Bortoli da direttore del Corsera, quotidiano di cui la famiglia Agnelli è azionista di riferimento. Testo in cui si stigmatizzava “lo stantio odore di massoneria” nel patto del Nazareno promosso da Renzi; immediatamente sbattuto in freezer dal glaciale commento di Marchionne, proconsole del Gruppo proprietario: “Normalmente non lo leggo”.

Infatti l’articolo debortoliano registrava gli umori del proprio “salotto”– dai Della Valle al Luca Cordero di Montezemolo prossimo alla defenestrazione – contro cui stava scatenandosi la sinergica azione dei due outsider provenienti da altri mondi; lontanissimi, con i loro maglioncini sbulinati e i pantaloni fighetti a tubo di stufa, dalle flanelle grigie e i nodi Duca di Windsor alla cravatta dei “salottieri”. Dunque due social climbers, due arrampicatori sociali con antenne sensibili ai punti di debolezza degli ambienti da conquistare. Nel caso di entrambi, luoghi popolati da faune imbelli, solite presidiare le posizioni di potere attraverso lo statico ritualismo spartitorio e nelle mediazioni più sfinenti. Una classe dirigente ridotta a guscio vuoto, contro cui entrambi gli invasori hanno scatenato l’affermazione alla “guai ai vinti” del proprio primato: economico per il mediatore che “gabbò la General Motors”, fattosi boss dell’automotive; politico per il rampante che ha scalato la piramide del potere con la spregiudicatezza dello “stai sereno” e la spudorata contraffazione di un ricambio immaginario del personale dirigente di governo attraverso un repulisti proclamato “rottamatorio”.

Vicenda che gli agiografi descrivono come l’epico scontro tra innovazione e conservazione: l’ennesima mistificazione, in cui i vincitori sono santificati quali “traghettatori verso un futuro radioso” e i perdenti esecrati alla stregua di “inutili inciampi sul cammino della storia”. L’ennesimo happy end, con i buoni che trionfano e i cattivi che escono di scena con la coda tra le gambe.

Purtroppo – come spesso accade – qui di coraggiosi apripista non ce ne sono, visto che le strade battute sono sempre le stesse; e non aprono il benché minimo squarcio di futuro. Visto che si tratta – molto banalmente – di uno scontro tra opachi rentiers di vantaggi posizionali (burocratici e/o relazionali) e barbarici accaparratori che profittano delle magagne di un avversario palesemente vulnerabile: per Marchionne sindacati omologati nella Casta dalla incapacità di rappresentare politicamente le trasformazioni nel modo di produrre e ben sistemati nei confortanti riti di gestione dell’esistente, un establishment intimorito da ogni stormir di fronde che comporti assunzione di responsabilità e assenteista da decenni sul fronte dell’investimento; per Renzi una corporazione che campa di politica, altamente ricattabile facendole baluginare il rischio di perdere – con la mancata rielezione – lo status nullafacente negli ozi dorati degli organigrammi istituzionali.

Fattori di assoluta debolezza, che i sedicenti innovatori sfruttano per poter realizzare – ognuno nel proprio ambito – il vero obiettivo; che non ha niente a che spartire con modernizzazione, competitività, rinnovamento: l’imposizione del sempiterno modello “uomo solo al comando”, che appaga la bulimia di potere del comandante e conforta i bisognosi di figure rassicuranti. Nulla a che fare con la soluzione dei problemi reali, strumentalizzati nelle rispettive ascese; cancellando controlli e corpi intermedi. Che richiederebbero la formazione di personale identificato nell’interesse generale. Non nell’autoerotismo del comando per il comando.