La mia parola orribile è una locuzione: mettersi in gioco. L’ho risentita, anzi riletta per la verità, la settimana scorsa in un titolo di La Stampa che celebrava la figura di un banchiere italo americano protagonista al Columbus day, tale Cribiore. Diceva il Cribiore, o almeno così riassumeva il titolo, che se noi italiani vogliamo crescere (ecco un’altra parola orribile, ma ne parliamo un’altra volta) dobbiamo fare come negli Usa (aridaje) e imparare a “metterci in gioco”.

Mi è venuta in mente la prima volta che ho sentito quest’espressione un po’ fessa , o meglio la volta in cui mi sono accorto che mi infastidiva, che sotto c’era il trucco. Sono passati ormai diversi anni: erano i giorni in cui era scoppiato il caso Minetti, quando era apparso chiaro – grazie alle inchieste del Fatto quotidiano – che la signora che tutti pensavamo fosse arrivata nel Consiglio regionale della Lombardia (la meglio governata d’Italia, ça va sans dire) per i suoi meriti di igienista dentale, in realtà aveva anche altri meriti.

Un talk show (francamente non ricordo quale) aveva fatto un servizio sulle reazioni della gente, uno di quei servizi in cui il giornalista raccoglie la vox populi e per non sbagliare era andato in un mercato rionale milanese. Una signora dai tratti e dai toni molto popolari (tanto per ribadire da che parte sta il popolo) si lanciava in una difesa appassionata della Minetti, sottolineando come quella giovane donna avesse mostrato il coraggio di mettersi in gioco. Quale fosse il gioco in cui si era messa (cioè se giocava a fare il consigliere regionale a 6000 euro al mese o a fare l’animatrice delle cene eleganti) nessuno lo disse e nessuno lo chiese. Ma oplà! Il gioco era fatto, il trucco riuscito. Le parole non significavano più nulla, ma la formula magica era pronta per ogni uso. Che si trattasse di coprire qualche porcheria o di spacciare aria fritta come soluzione dei problemi del paese, l’importante era definire il tutto come “mettersi in gioco”.