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Netanyahu sta cercando con tutti i mezzi di creare le condizioni affinché deflagri la terza Intifada; ce la sta mettendo tutta, con la sciatta propaganda muscolare del suo governo, che ondeggia fin dal suo insediamentro tra sparate incendiarie e diplomazia neoliberale (a tutela degli investimenti stranieri, unica intromissione negli affari dello Stato di Israele accettata di buona lena da Bibi e soci).

La nuova ondata di terrore incarna in pieno la politica schizoide e bipolare di questa strana epoca storica: la Palestina istituzionale incassa un successo internazionale dopo l’altro eppure il  gradimento tra gli stessi palestinesi, tanto per Hamas quanto per l’Autorità, è ai minimi. Stesso discorso vale per gli arabi d’Israele: la Lista Araba ha mandato alla Knesset la più folta rappresentanza di deputati dal ’48 eppure la loro azione più che la politica di un gruppo che rappresenta oltre 1/5 degli elettori di Israele sembra una lotta disperata per la sopravvivenza. In un certo senso sembra che i tempi siano maturi per una soluzione definitiva alla questione palestinese ma dall’altro pare invece che il sogno etnocratico di Netanyahu, trasformare Israele nello Stato degli ebrei con i palestinesi relegati al ruolo marginale di minoranza etnica, si faccia più verosimile che mai.

Prendiamo il casus belli, la questione del Monte del Tempio: a dispetto delle parole concilianti di Netanyahu che per una volta non attacca l’Autorità Palestinese e alle dichiarazioni dello stesso Bibi “Israele non metterà mano allo status quo” sembra che le intenzioni del governo siano ben altre.

Tra proposte di legge draconiane (10 anni di carcere per lancio d’oggetti, la messa al bando del Movimento Islamico, lo stop ai finanziamenti pubblici per ‘istigazione al boicottaggio’ -anche degli illegalissimi prodotti delle colonie) ed un lento erodersi dello “status quo”, mantenuto di diritto ma superato di fatto, la marginalizzazione della componente araba sembra l’unica politica attiva portata avanti dall’elite.

Netanyahu ripete che lo status quo sulla Spianata delle Moschee non è oggetto di discussione. Vediamo rapidamente di cosa si tratta: un decreto del periodo ottomano sopravvissuto alle acquisizioni territoriali del ’67, riserva ai soli musulmani l’accesso alla moschea di Al aqsa e all’area circostante riconoscendo agli ebrei il diritto di pregare presso il Muro del Pianto. La sovranità di fatto su Gerusalemme, non riconosciuta a livello internazionale è israeliana, l’amministrazione del Monte è giordana. Pare che Israele fino ad oggi abbia rispettato gli accordi di partizione ma diversi segnali fanno pensare che la situazione sia da qualche tempo in fase di mutamento: il numero di visite religiose non islamiche e di turisti, incoraggiati dalle autorità israeliane, ha raggiunto nel 2014 un picco record mentre il divieto di accesso a gruppi arabi, soprattutto di giovani uomini, imposti in maniera arbitraria dall’Idf è aumentato in maniera esponenziale negli ultimi anni.

Aggiungendo a questo la complessa situazione di Gerusalemme est e l’espansione senza fine delle colonie è il caso di dire che Israele ha sposato in pieno la metafora della “goccia che scava la roccia”, metafora fino ad oggi attribuita alla coriacea resistenza del popolo palestinese. Se Gaza è stritolata, senza un’economia e senza un futuro, la Cisgiordania consumata da dentro, l’ultimo – e più importante – assignment del governo Netanyahu rimane quello di far capitolare Gerusalemme, colpendo i luoghi sacri (non solo ai musulmani). 

Queste osservazioni non sono paranoia internazionale o persecuzione di stampo antisionista, come spesso Bibi etichetta chiunque da fuori osi criticare le politiche del suo governo, ma le preoccupazioni alla base della richiesta del governo francese di inviare Osservatori internazionali per monitorare il rispetto dello status quo da parte delle autorità israeliane. Richiesta alla quale, naturalmente, il governo Netanyahu ha risposto picche.

Perché, di fronte all’ennesima escalation, Israele rifiuta – come sempre d’altronde- la presenza dell’Onu, quindi della comunità internazionale? Perché oltre a deridere i giudici dell’Aja, Bibi non prende in considerazione l’ipotesi di aderire allo Statuto di Roma? La questione tra Israele e Palestina non è affare loro ma ci riguarda tutti: non fosse altro perché la catastrofe umanitaria, soprattutto a Gaza, è evitata dalla comunità internazionale. E non fosse altro perché i profughi palestinesi vengono, in gran numero, a chiedere protezione in Europa.

L’impressione, purtroppo, è che  Netanyahu, dalla sua posizione di forza, voglia spingere con la soluzione “uno Stato per un popolo” dove i palestinesi non avrebbero il loro, non sarebbero la componente costitutiva di un’entità condivisa ma solo una minoranza etnica, magari senza riconoscimento, come i curdi in Turchia. Anzi, beffa più grande, la Palestina sarebbe uno Stato riconosciuto da mezzo mondo ma senza un territorio.