Il voto finale al disegno di legge sulle riforme istituzionali, alla Camera, sarà l’11 gennaio. Perché il testo diventi la nuova Costituzione e perché entri in vigore il nuovo Senato bisognerà aspettare invece l’autunno, quando – probabilmente a ottobre – si terrà il referendum confermativo. E’ stata la conferenza dei capigruppo – dove solo il M5s ha votato contro – a disegnare il percorso che porterà all’approvazione definitiva del ddl Boschi. La discussione inizierà il 20 novembre, mentre le votazioni sugli emendamenti avverranno entro la vigilia di Natale, anche se la “battaglia” parlamentare a Montecitorio sarà meno dura che al Senato, visto che ha una maggioranza più larga. “Sono soddisfatta: ora c’è una data certa” commenta il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi. Sul referendum non c’è ancora una data certa, ma – spiega la Boschi – “probabilmente sarà in autunno. L’importante è rispettare l’impegno che sia nel 2016 e pensare all’autunno mi pare ragionevole”.

I gruppi, tranne il M5s, hanno accettato la mediazione della presidente Laura Boldrini dopo lo stallo che si era venuto a creare nella prima riunione di giovedì. Il Pd chiedeva di concentrare discussione e voto tra ottobre e novembre, l’opposizione voleva rinviare tra dicembre e gennaio. Per questo Boldirni ha espresso “grande soddisfazione per il successo della mediazione” che porta “tempi certi” per il voto ma anche “molto tempo per l’esame nelle commissioni”. Soprattutto, pur nel contingentamento dei tempi, Boldrini ha promesso che ci sarà una “considerazione generosa” sui tempi da riservare ai gruppi di minoranza. “Mi dispiace che il M5s si sia chiamato fuori – dice la Boschi – Per loro l’importante è rinviare tutto sine die”.

Intanto  l’approvazione al Senato delle riforme sembra lanciare sempre di più il ministro Boschi, protagonista di questo successo politico. L’Economist, per esempio, sottolinea come i media si siano concentrati più sulla sua giovinezza e bellezza che sul suo talento politico. Ma questo approccio “potrebbe cambiare”. Anche perché, continua il settimanale britannico, il governo italiano, sinonimo di instabilità e indecisione, possa non essere più considerato tale. “Per noi si tratta di una rivoluzione copernicana”. “Che cosa succede se l’Italia fosse il paese più stabile in Europa?” si chiede l’Economist, autorevole rivista economica inglese, che dedica un lungo articolo al governo Renzi e alle riforma del Senato, titolando “Not just hand-waving“, non è un bluff. Per il giornale inglese la riforma combinata “a una legge elettorale che garantisce la maggioranza al partito vincente alla Camera dei deputati” dovrebbe garantire governi futuri più stabili “in grado di attuare i programmi senza crisi durante i cinque anni”.