Che Lou Reed non fosse esattamente il prototipo del gentleman inglese è sempre stato piuttosto chiaro, sia a chi ha avuto la ventura di incrociarlo ai tempi della Factory di Andy Warhol, quando la genialità dell’artista di origini polacche lo aveva contrapposto all’oscura Nico in capo ai Velvet Undergound, sia per chi lo ha conosciuto da solista, nel periodo selvaggio degli anni Settanta o in quello straigh edge degli ultimi anni. Proprio sul periodo dei Velvet e dei suoi primi passi in proprio, esiste tutta una aneddottica che ha alimentato il mondo del rock, con Warhol che metteva continuamente in competizione due prime donne, Nico e Lou e con le bizze di quest’ultimo talmente contorte da aver portato alla nascita di quei gioielli musicali che tutti conosciamo.

Tutto questo, ovviamente, è rimasto sempre nel campo delle leggende metropolitane, al punto che, scomparso recentemente, di lui è rimasto un ricordo dorato, come di un artista a tutto tondo, quale in effetti era, e di un uomo altrettanto grande. È però di prossima uscita la biografia non autorizzata scritta da un mostro sacro del genere, Howard Sounes, già autore di bio fondamentali di Charles Bukowski e Bob Dylan, oltreché di un paio di libri fulminanti sulla cultura degli anni settanta. Titolo dell’opera: Notes from the Velvet Underground: the life of Lou Reed.

Dai primi piccoli brani che stanno cominciando a circolare come anticipazioni, e dalle interviste che l’autore sta rilasciando negli USA, come lancio dell’opera, si intuisce che il buon Lou non uscirà bene da queste pagine, immaginiamo come sempre accuratissime. Il ritratto che viene fuori, infatti, è quello di un uomo ossessionato dal rapporto con le donne, spesso incline alla violenza nei confronti delle sue compagne. Lo dichiara apertamente la sua prima moglie, arrivata dopo il periodo della Factory. Il film Velvet Goldmine del regista Todd Haynes, ispirato proprio alle vicende musicali e sentimenali di Lou Reed, Iggy Pop e David Bowie lo racconta bene. “Ti schiacciava contro il muro.”, ha dichiarato la ex moglie di Reed nell’intervista raccolta da Sounes, “Ti picchiava. Ti colpiva… ti sbatteva… una volta mi ha fatto un occhio nero”. Non mancano, poi, riferimenti a un suo presunto razzismo, nei confronti di afroamericani ed ebrei, come si evince da alcuni passaggi relativi a Donna Summer e Bob Dylan, rispettivamente “non mi piacciono i negri” e “è un ebreo pretenzioso”.

Ecco, Sounes tra i maggiori autori di biografie al mondo, da vecchio fan dei Velvet Underground e di Lou Reed, ha deciso di raccontare la storia del rocker raccogliendo qualcosa come centocinquanta interviste. Testimonianze dirette dei suoi colleghi, dei suoi collaboratori, dei suoi amici, dei suoi partner. Un vero e proprio romanzo corale, quello che sembra aver messo insieme, che ci racconta lati oscuri che avremmo potuto immaginare ascoltando le sue canzoni, spesso dedite a raccontarci il lato selvaggio della strada e della vita, ma che raramente erano trapelate fuori dal coro dei si dice e delle chiacchiere. Una vera e propria bomba, se si considera come la morte, anche nel caso di Lou Reed, abbia sostanzialmente annientato i lati oscuri, regalandoci una sorta di santino, laddove per tutti gli addetti ai lavori, compresi quelli italiani, l’autore di Perfect day era assai sgradevole, un ex eroinomane vittima del proprio ego e incline a comportamenti violenti e maleducati.