Appassionati frequentatori di Facebook, fedeli seguaci di Twitter: attenzione. Guidate con saggezza sulla testiera del pc le vostre dita, a volte troppo impulsive. E badate bene ai click che effettuate.

Se esprimete adesione o semplicemente simpatia con un “mi piace” su Facebook a siti o post che inneggiano alla Jihad islamica o ad organizzazioni terroristiche attualmente operanti e riconosciute come tali a carattere nazionale o internazionale, in realtà fate un’operazione che equivale a condividere il contenuto di quel messaggio sovversivo. Idem se retwittate con leggerezza un messaggio di analogo contenuto. Di conseguenza rischiate come minimo di finire schedati dalla Digos.

Come minimo, si diceva, finirete in una lista nera di potenziali seguaci dell’islam in armi o di qualche banda che semina il terrore. Se poi insistete e il vostro account compare ripetutamente con manifestazioni di sostegno e di condivisione alla lotta del Califfato nero o di altre organizzazioni sovversive, citando magari episodi di stragismo particolarmente drammatici per il numero delle vittime provocate, allora potreste addirittura essere indagati dalla magistratura come fiancheggiatori dello sceicco al-Baghdadi o dei suoi emuli sparsi per il mondo.

La Procura della Repubblica di Genova ha stilato un vademecum che fissa alcuni paletti rispetto alle manifestazioni di adesione al famigerato esercito nero che sta mettendo a ferro e fuoco Siria e Iraq. Un prontuario che i frequentatori assidui dei social farebbero bene a consultare. Nelle istruzioni per l’uso viene dettagliatamente previsto che cosa è considerato alla stregua di una ammissibile, seppure censurabile, manifestazione del pensiero e che cosa rappresenta, con diversi gradi di gravità, una implicita adesione ai principi e agli obiettivi di organizzazioni terroristiche riconosciute come tali, massime il Califfato nero, la più vasta e pericolosa di tutte. E dunque può configurare un reato.

Un “mi piace” o un “condividi” apposto su siti o post che inneggiano alla lotta armata saranno considerati uno spunto investigativo, suscettibile di sviluppi. In pratica, la polizia postale, alla quale viene demandato in compito di filtrare queste espressioni di sentimenti che compaiono in rete, segnalerà alla Digos e ai Ros (che svolgeranno gli approfondimenti necessari) il nominativo corrispondente all’account in questione. Se in ipotesi la persona risultasse già segnalata per aver manifestato attivamente adesione alla lotta armata o allo Stato islamico, la pratica passerebbe alla magistratura che potrebbe indagarlo.

Analoga la procedura per i retweet di messaggi inneggianti al Califfo, che vengono equiparati alla “stellina” che sta per approvazione/adesione al messaggio. Anche in questo caso Digos e Ros accerteranno i precedenti specifici della persona (individuata dagli esperti della polizia postale) e segnaleranno alla magistratura i casi più gravi. “Solamente laddove le informazioni fornite dalla Digos, ovvero l’ulteriore attività di monitoraggio posta in essere dalla polizia postale, consentano di raccogliere indizi di frequente/sistematica manifestazione di adesione/consenso ad atti di terrorismo, si procederà a inviare una notizia di reato”, recita il baedeker della procura genovese.

“Era necessario frapporre un filtro alle centinaia di segnalazioni che sarebbero giunte in procura e stabilire un indice di pericolosità”, spiega a ilfattoquotidiano.it il sostituto procuratore Silvio Franz che assieme al procuratore Michele Di Lecce, all’aggiunto Nicola Piacente e al collega Federico Manotti hanno redatto il manuale. Ancora Franz: “Un mi piace non significa necessariamente aderire a ciò che viene espresso nel messaggio. Sarebbe troppo poco per impostare un’indagine: una frase, magari ambigua e senza un preciso significato, potrebbe risultare del tutto ininfluente”. L’evento si è già verificato. Un navigatore italiano e uno marocchino avevano apposto un pollice all’insù su un post degli hacker filo-jihadisti del Fallaga Team che inneggiava all’ordine (vecchio di anni) di Saddam Hussein di sterminare migliaia di ebrei.

Lo spunto a normare questa area di consenso al terrore era partito da una serie di segnalazioni della polizia postale alla procura che indicavano episodi di hackeraggio ai danni di siti di alcuni comuni liguri, accompagnati da proclami inneggianti al terrorismo. I sostenitori del cybercaliffato avevano twittato messaggi inneggianti alle incursioni in rete producendo, secondo la polizia postale, vere e proprie campagne di proselitismo. Da qui l’esigenza di scremare gli episodi e concentrare le indagini sugli eventi potenzialmente suscettibili di produrre reati.