Momenti di tensione, tafferugli con la polizia, e poi un presidio davanti ai cancelli del Comune di Bologna per chiedere al sindaco Pd, Virginio Merola, risposte sull’emergenza abitativa. Si è concluso così lo sgombero di via Solferino 42, il condominio di proprietà dell’Istituto per ciechi Francesco Cavazza dove il collettivo Làbas aveva alloggiato abusivamente una trentina di persone rimaste senza casa tra sfratti e crisi, italiani e stranieri, tra cui 5 minorenni. “Famiglie, bambini e pensionati che finiranno in mezzo alla strada mentre i palazzi torneranno vuoti – attacca il collettivo – perché di fronte ai problemi sociali l’amministrazione delega il lavoro alle forze dell’ordine”.

Verso le 7 del mattino, infatti, la Digos della Questura di Bologna ha dato esecuzione a un provvedimento di sequestro dello stabile emanato dalla Procura, pm Antonello Gustapane, e sgomberato dall’edificio, il collettivo ha sfilato in corteo fino ai cancelli del Comune di Bologna, per chiedere un incontro con l’assessore al Welfare Amelia Frascaroli. Dell’intervento della polizia, però, fa sapere l’amministrazione, il Comune non era stato informato, e Frascaroli stessa si è detta “colpita” dallo sgombero. “Sono dispiaciuta quanto voi” ha detto l’assessore nell’incontrare i manifestanti. Già in passato, infatti, l’ex candidata a sindaco di Bologna aveva condannato la politica del pugno duro nei confronti degli occupanti: “Chi occupa un immobile commette un atto illegale, certo – spiega al fattoquotidiano.it – e altri non lo fanno, ma non possiamo sempre impugnare il mito della legalità a tutti i costi. A volte bisogna essere capaci di dire che c’è una legalità che non funziona perché crea disuguaglianze”.

Una posizione per la quale Frascaroli in passato è stata criticata, tra le fila del centrosinistra, quella relativa alla politica degli sgomberi. Lo stesso tema che appena pochi giorni fa aveva rischiato di spaccare la maggioranza seduta in consiglio comunale. Via Solferino, del resto, è solo il secondo episodio capitato a ottobre. Una settimana fa era stato il turno di Atlantide, cacciato dalla sede storica in porta Santo Stefano, e l’arrivo della polizia, preceduto di poche ore dal licenziamento dell’ex assessore alla Cultura bolognese, Alberto Ronchi, aveva causato una crisi politica con Sel. Frascaroli non fa parte di Sinistra, ecologia e libertà, ma nel 2010 aveva guidato una lista vendoliana conquistando parecchi consensi, quindi è anche a lei che Merola si è rivolto per cercare una riappacificazione in grado di resistere fino alla primavera, tempo di nuove elezioni.

Tuttavia, la posizione di Frascaroli, per quanto riguarda le occupazioni, resta diversa da gran parte del Partito democratico: “Io capisco i dubbi e le perplessità di tutti, ma la situazione dell’Italia oggi è così drammatica che diventa difficile punire chi ha creduto di proteggere la propria famiglia affidandosi all’occupazione. Basti guardare chi sono le persone che vivono negli stabili occupati della città: italiani e stranieri che prima avevano un lavoro regolare, pagavano le tasse, poi a causa della crisi hanno perso tutto. Ecco, i nostri politici dovrebbero rendersi conto che è questo il pubblico delle occupazioni”.

Una questione delicata, a Bologna, destinata a ripetersi. Anche perché centinaia di persone in città occupano abusivamente diversi edifici, per i quali la situazione è simile a via Solferino: via De Maria, e l’ex sede Telecon di via Fioravanti. La Procura ha disposto il sequestro, e resta da capire quando arriverà la polizia.

“Il Comune deve delle risposte – critica Làbas – non può dire che la casa è la prima cosa, poi sgomberare tutte queste persone. A Bologna tutti i bambini dovrebbero svegliarsi in una casa calda, per poi andare a scuola. Secondo l’amministrazione di Merola invece ci sono bambini di serie A e di serie B. Questi ultimi si svegliano con la polizia che butta giù la porta di casa, per cacciarli via e lasciarli per strada. E’ successo in via Solferino 42, come tante altre volte negli ultimi mesi. Ieri i giornali titolavano ‘Merola tende la mano a Làbas’: una mano che brandisce il manganello! Ora la tendiamo noi una mano al sindaco, ma per accompagnarlo fuori dal Palazzo che non gli spetta, che non rappresenta più nemmeno sé stesso”.