C’è un filo rosso che lega due delle inchieste più importanti sullo sport italiano degli ultimi anni: l’indagine sui diritti tv (che in questi giorni sta facendo tremare i vertici della Serie A) e l’inchiesta di Padova sul doping e il riciclaggio nel ciclismo (di cui ancora si attendono sviluppi). In comune hanno un nome: la Tax & Finance di cui è a capo Andrea Baroni, il fiscalista italiano residente in Svizzera arrestato venerdì scorso. La società specializzata nella “consulenza fiscale internazionale” compare nei fascicoli di entrambe le Procure, Milano e Padova: sport diversi, ipotesi di reato abbastanza simili.

Per accorgersi delle analogie bisogna fare un passo indietro. La mega-inchiesta di Padova sul doping, nata nel 2011, ha spaziato dall’Italia a Montecarlo, dalla Svizzera agli Usa, partendo dalla figura del medico Michele Ferrari (il famoso “dottor mito”) e arrivando fino a far squalificare (con i suoi esiti sportivi, in attesa di quelli penali) Lance Armstrong. Scavando, gli inquirenti hanno ipotizzato tanti reati diversi. Non solo doping, ma anche pagamenti in nero, evasione, truffa, riciclaggio. La parte sommersa e più inquietante del mondo delle due ruote. La T&F ha sede principale a Lugano, e filiali in tutto il mondo: Panama, Dubai, Irlanda, Inghilterra, Lussemburgo, Monaco. Proprio quella nel Principato sembra avere un ruolo chiave nei traffici delle società di ciclismo. Un gioco di scatole cinesi, un meccanismo complesso ma terribilmente efficace: stando a quanto ricostruito dai pm, gli atleti cedevano i propri diritti alla T&F, le squadre compiacenti li acquistavano a una cifra molto più alta, su cui la società tratteneva una “parcella” pari al 6% e restituiva il resto ai corridori attraverso trasferimenti su conti svizzeri. A quel punto i soldi, di nuovo nella disponibilità degli atleti, venivano riutilizzati per varie attività, anche connesse al doping. Come i pagamenti a Ferrari (da cui l’ipotesi di riciclaggio).

Secondo il castello accusatorio, dunque, la Tax & Finance era il canale attraverso cui venivano fatti transitare questi compensi. Nel migliori dei casi per realizzare delle “innocenti” frodi fiscali, nel peggiore per ripulire soldi di attività illecite. Adesso la T&F ricompare nell’inchiesta della Procura di Milano sui diritti tv, che vede al centro Infront, l’advisor della Lega Serie A. C’è il discorso della presunta turbativa d’asta per la cessione dei proventi televisivi del campionato. Ma c’è anche l’ipotesi di “doping finanziario”: finanziamenti occulti ai club (a Bari e soprattutto Genoa) per ostacolare l’attività degli organi di vigilanza, la Covisoc. Il tutto, appunto, per tramite della T&F, di cui Infront Italy è cliente: secondo quanto rivelato negli scorsi giorni da Il Sole 24 ore, la somma di 15 milioni nel mirino degli inquirenti sarebbe stata girata su conti esteri riferibili a Preziosi “tramite altre strutture estere riferibili a Infront e gestite dalla Tax&Finance”. Infront ha già negato di “aver mai intrattenuto alcun rapporto con la società svizzera o con Baroni”. Ma gli inquirenti vogliono capire chi c’è dietro e da dove arrivano quei milioni che T&F ha prestato a Preziosi. Ricostruire questo giro di soldi e il ruolo della società di consulenza. Poco trasparente, nel calcio come nel ciclismo. Coincidenza o precedente non casuale? Un’altra domanda a cui la Procura (anzi, le Procure) dovranno dare una risposta.

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