Tra ironia, frecciate politiche e ritornelli ballabili si è concluso da poco il tour estivo de Lo Stato Sociale. La band emiliana nel frattempo ha anche ristampato “L’Italia peggiore” – il loro ultimo LP – e pubblicato il videoclip del terzo singolo “La musica non è una cosa seria”. Adesso l’agenda di Alberto Cazzola, Lodovico Guenzi, Alberto Guidetti, Enrico Roberto e Francesco Draicchio ha ancora un impegno importante. Venerdì 30 ottobre saranno ospiti a Bari per raccontarsi negli “Incontri d’autore” del Medimex, il Salone dell’innovazione musicale promosso da Puglia Sounds. Abbiamo rivolto qualche domanda ad Alberto “Bebo” Guidetti, co-fondatore della band, per parlare di lavoro, impegni futuri e fiere musicali.

Nel vostro ultimo singolo cantate “La musica ti salva, ti riduce in miseria, la musica ti uccide, la musica non è una cosa seria”. Voi in che rapporto state adesso con la musica?
Noi abbiamo avuto sempre un ottimo rapporto con la musica. Non c’è mai stato un momento di conflitto nei confronti della musica. Ci sono stati dei momenti, durante il tour di questi 4 anni – piuttosto intensi – in cui il pensiero che stavi facendo qualcosa che, forse, non era la scelta giusta, credo che chiunque di noi cinque ce l’abbia avuto. Non dal punto di vista della gratificazione artistica, quanto della possibilità di gestire le proprie vite attraverso un lavoro che è quello del musicista.

Qualcuno dalle vostre parti tempo fa chiedeva: “Voglio un piano quinquennale, la stabilità”. Voi vivete tutto sul momento, oppure un lavoro programmato seduce anche voi?
Per il sottoscritto la musica fortunatamente è l’unico lavoro – con i salti mortali del caso – da circa 3 anni. In teoria la musica può diventare il tuo lavoro e mantenerti. Poi la seduzione di un lavoro fisso, di stare belli tranquilli con il “piano quinquennale”, ha ancora un certo fascino su di me. A 30 anni, considerare che per i prossimi 12, 24, 36, 48 mesi posso stare più sereno, è un pensiero che sarebbe bello avere. Per anni ho lavorato in fabbrica, prima e attorno alla crisi, e me la passavo bene. Mi sono comprato la macchina, la casa. Se avessi 20 anni adesso, e facessi questo lavoro, non riuscirei ad avere che un quarto delle cose che sono riuscito ad ottenere tramite un lavoro stabile. La mia salute però ne ha giovato. Malgrado tutto preferisco avere questo stile di vita. Nonostante il precariato che c’è nel mondo della musica, almeno vivo serenamente.

Dai tempi di Welfare Pop ad oggi avete fatto un discorso coerente da un disco all’altro. Cosa ci aspetta per il nuovo lavoro?
Non te lo so dire. Succederà che ci metteremo a scrivere in maniera forsennata dalla primavera prossima. Ora come ora non ci sono cose programmate o solo abbozzate. Abbiamo deciso di prenderci un momento di distanza dalla band, per seguire i propri progetti personali e dedicarci alle nostre vite in maniera più tranquilla dopo 4 anni. Poi, se mi fai questa domanda tra 12 mesi, magari saprei già raccontarti il disco.

Al Medimex la vostra presenza è una delle più attese. Avete già un’idea di come gestire quest’appuntamento?
Non ci siamo mai stati. Siamo stati un paio di volte dal suo cugino più antico – il MEI – con dei risultati che, chi c’era, se lo ricorda [ride, n.d.r.]. La settimana scorsa ci hanno convocati per ritirare un premio, ma 4 su 5 di noi non potevano esserci per impegni personali, allora abbiamo mandato 4 nostri amici e nessuno se n’è accorto. Questo è il livello del rispetto della musica in Italia. Al Medimex ci aspettiamo di venir riconosciuti come ospiti, un po’ come quando inviti gente a casa e sai che faccia hanno. Poi, di quello che succederà dentro, non ho idea. Non sono un grande appassionato di fiere musicali, ma sono molto curioso. Ne parlano tutti bene. Vedremo l’effetto che fa.