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Il processo del secolo non si svolge a Milano, e non riguarda i giri di prostituzione che coinvolgerebbero qualche politico dai costumi libertini, ma si svolge nella ridente cittadina di Trani, una località pugliese sul mare che è “piccola come un paese dell’Oklahoma”, secondo la sprezzante definizione data dalla responsabile di S&P Italia, Maria Pierdicchi. Quello di Trani è un processo dimenticato e se si leggono le testimonianze degli imputati e i faldoni della procura, se ne intuisce facilmente la ragione. Troppo forti gli interessi in gioco, e troppo pericoloso il precedente giudiziario contro l’operato delle agenzie di rating che sono la diretta espressione degli interessi dei mercati finanziari. Il dibattimento processuale potrebbe accertare qualcosa che probabilmente va ben oltre la responsabilità delle agenzie di rating nell’influenzare le decisioni degli operatori finanziari, e rischia di chiarire definitivamente quali poteri e interessi portarono alla fine del governo Berlusconi nel 2011.

Sul banco degli imputati ci sono Standard & Poor’s e Fitch di New York, rappresentati dall’ex presidente indiano di S&P Deven Sharma, Jann Le Palle come responsabile per l’Europa dell’agenzia e gli analisti britannici Eileen Zhang e Frank Gill assieme al tedesco Moritz Kraemer. L’accusa è di manipolazione del mercato perché le agenzie di rating attraverso le loro artificiose valutazioni prive di elementi oggettivi contribuirono nel 2011 a destabilizzare il mercato dei titoli e a far schizzare lo spread a quota 500 nel giro di pochi mesi. Sotto accusa in particolare il report periodico pubblicato da S&P nel settembre 2011 che declassò il rating italiano da A+ a A (poi sarebbe sceso fino a BBB+), una condizione che implica “una maggiore debolezza all’adempimento degli obblighi finanziari a causa delle mutate condizioni economiche” del paese in questione.

Ma per l’Italia nel settembre 2011 si può parlare di un effettivo mutamento delle condizioni economiche? L’Italia diventa sorvegliato speciale dell’agenzia americana già nel maggio 2011 quando le viene assegnato un outlook negativo, una sorta di segnale di avvertimento che lascia intendere la concreta possibilità di un taglio del rating, che puntualmente si verificò a distanza di pochi mesi. I passaggi che portarono al successivo declassamento del settembre 2011 sono determinanti per capire le dinamiche politiche e non economiche, come si rileva nello stesso report di S&P, che fecero prevalere le logiche degli interessi sovranazionali dei mercati finanziari su quelle della legittimità politica del governo allora in carica che, seppur controverso e discusso, aveva dalla sua il mandato elettorale. Non passa nemmeno un mese dalla prospettiva di declassamento che a giugno, l’allora Presidente della Repubblica Napolitano avvia trattative con Mario Monti per sondare la sua disponibilità a guidare un governo tecnico che possa sostituire Berlusconi.

Colloqui confermati anche dallo stesso Monti che quasi ingenuamente si stupisce che questa evidenza possa costituire “un’anomalia”. Nel luglio ecco il rientro in scena di S&P che riconferma la sua analisi di due mesi prima mentre i mercati sono aperti, e lo spread sale a quota 225 quando all’inizio dell’anno era pari a 173; un aumento del 30% nel giro di sei mesi. I mercati iniziano a speculare pesantemente sulla tenuta del debito pubblico italiano, e i maggiori hedge fund del mondo e la Deutsche Bank tedesca, teoricamente la banca di un paese alleato, si fanno avanti per prendere in prestito i titoli di Stato italiani per poi venderli al ribasso sui mercati finanziari internazionali. La Bce non può intervenire per acquistare titoli del debito a causa di un divieto specifico presente nei trattati europei che vieta il finanziamento del deficit degli Stati membri, altrimenti ben difficilmente si vedrebbe uno speculatore scommettere contro la potenza di fuoco di una banca centrale che in questo caso non può far valere i suoi strumenti di politica monetaria per ragioni giuridiche.

La speculazione continua e ad agosto lo spread supera quota 390 punti, mentre un editoriale del Financial Times critica aspramente l’allora Ministro dell’Economia Tremonti definito “un povero esempio per gli italiani, non indispensabile” ed elogia Mario Monti  che è “asciutto, obiettivo, minuzioso, ligio alle regole e un po’ rigido, e ha tutte le qualità che mancano a Berlusconi”. L’investitura in pectore a prossimo premier italiano arriva direttamente dagli ambienti finanziari internazionali e viene preparata meticolosamente nei mesi estivi. Il processo di Trani cerca di approfondire il ruolo che ebbero le agenzie di rating internazionali in quella che appare come una chiara strategia di influenzare artatamente le decisioni di un governo nazionale, per poterle sovvertire agli interessi di governi esteri e poteri sovranazionali, attraverso la manipolazione dei mercati che agiscono sulla base di report capziosi.

Sarà la stessa S&P a scrivere nel suo rapporto di settembre che la decisione di declassamento del debito italiano “è motivata dalla fragilità della coalizione del governo italiano e dalla divergenza sugli obiettivi politici all’interno del Parlamento italiano”. Un giudizio che non appare di stretta competenza dell’agenzia di rating, perché non mette in discussione la tenuta dei fondamentali dell’economia italiana, definita nella testimonianza in aula dall’allora ministro dell’Economia Tremonti “solida” più al sicuro di Francia e Germania “esposte molto più per i prestiti alla Grecia”. Si direbbe che il vero fattore destabilizzante della tenuta politica del governo e del parlamento sia proprio la valutazione incauta emessa dall’agenzia di rating. E’ di questo avviso il presidente dell’Adusbef Lannutti – autore dell’esposto che fece partire l’inchiesta – che davanti al banco dei testimoni  individua la causa del declassamento del rating dell’Italia  nel tentativo riuscito di “far cadere il governo Berlusconi e far arrivare il governo Monti, non legittimamente eletto”.

Qualsiasi sia l’opinione politica sul governo Berlusconi dell’epoca, è indubbio che se un potere sovranazionale ingerisce in questo modo nella sovranità di uno Stato, si apre la porta alle logiche che sottomettono gli interessi nazionali a quelli esteri. Una dinamica pericolosissima, ed è per questo che il processo di Trani va seguito per arrivare quantomeno a una verità processuale su quei fatti che rappresentano un crocevia fondamentale per tutto ciò che successe dopo la caduta di Berlusconi. Senza il governo Monti, non sarebbe stata approvata la riforma Fornero e bloccati gli scatti alle pensioni. Non avrebbe visto la luce probabilmente nemmeno l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio tramite la riforma dell’art.81. La pressione fortissima che le istituzioni subirono in quei mesi rappresenta una ferita alla Costituzione che ancora non è stata sanata, dopo quattro anni di governi non eletti democraticamente. L’auspicio è che il processo di Trani arrivi definitivamente a chiarire le responsabilità di questo deficit democratico.